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Già lo scorso anno chiedevamo la chiusura dell’Ospedale di Cetraro.
Una provocazione, certo, ma magari utile per interrogarci sull’utilità della struttura dopo la gravissima tragedia del ragazzo ferito a Diamante e poi deceduto nell’agosto scorso. Ovviamente non è un problema che riguarda solo Cetraro, eppure assistere ad un ospedale dove i sanitari sono costretti a rifiutare un ragazzo perché non attrezzati, è la metafora della sanità calabrese.
Tanti soldi per niente.
E, purtroppo, nulla è cambiato. Infatti, mentre si continua a litigare su come spartirsi l’enorme flusso di danaro destinato alla sanità, in Calabria si muore anche di parto.
È il caso della giovane donna deceduta, sempre a Cetraro, a seguito una “complicazione seguita al parto”.
Ma quante morti dobbiamo ancora attendere ?
Del resto appare ingeneroso gettare la croce sui sanitari – sostiene Francesco Di Lieto, vicepresidente nazionale del Codacons – visto che tutti sanno che, già da qualche tempo, all’ospedale Iannelli non si può operare in regime di emergenza ed urgenza, così come è noto che il predetto nosocomio non può contare su di un centro trasfusionale…
Tutti lo sanno ma si preferisce scagliare i propri strali contro la lontana Roma.
Magari sarebbe il caso di chiedere – continua Di Lieto – cosa hanno da dire i vertici dell’Asp di Cosenza che, di certo, ben conoscono la situazione del “Iannelli”.
E magari proviamo a chiedere loro se sia davvero utile l’ospedale di Cetraro.
Se è davvero utile tenere in piedi una struttura che oggi, così come allora, non riesce a garantire quello che nel resto d’Italia è la normalità.
Forse non interessa a nessuno delle vittime di questo sistema. Pazienti costretti a tante, troppe, odissee quotidiane che, proprio per la loro quotidianità, non balzano agli onori delle cronache.
Cittadini sballottati da un ospedale all’altro, per poter ricevere cure mediche.
Ma davvero pensiamo si possa andare avanti “giocando” con i malati  ad un grande gioco dell’oca, costringendoli a pellegrinaggi tra Cetraro, Paola, Cosenza.
Quanti morti dovremo ancora contare prima di porre rimedio ad una dissennata proliferazione di strutture, volute per soddisfare appetiti tanto palesi quanto criminali, perpetrati sulle spalle di chi soffre.
O vogliamo continuare a costringere i Calabresi a sobbarcarsi una tragica via crucis alla disperata ricerca di un ospedale che abbia i mezzi per curarsi.
Si narra di un potente uomo politico calabrese – prosegue Di Lieto – che, a seguito di un improvviso malore, si sia rivolto, disperatamente, ai propri familiari per implorare di non essere curato da chi egli stesso aveva raccomandato.
Non sappiamo se tale diceria abbia un minimo fondamento. Eppure il fatto che continui ad essere ripetuta a mezza bocca in tutte le strutture sanitarie calabresi, rivela come la vicenda sia verosimile. E costituisca un indizio, vero o presunto, per un sistema che ha considerato (e considera) la sanità come un ufficio di collocamento per i propri sostenitori, un bancomat per tanti predatori a cui non importa assolutamente nulla di chi soffre. Ma che oggi si straccia le vesti per come è ridotta la sanità nella nostra regione… magari dopo averci banchettato.
In fondo la “farsa” del concorsone dell’Azienda Ospedaliera di Catanzaro, prima sospeso e poi annullato, non può che confermare come per le assunzioni, più che il merito conti la sponsorizzazione.
Ed allora – conclude la nota del Codacons – se non siamo in grado di farli funzionare, chiudiamoli questi benedetti ospedali.
Sperando, almeno, che su questi morti, per il dovuto rispetto, non si faccia campagna elettorale.