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spinellafabio 660x330Fabio Spinella ha 52 anni ed ha lasciato Reggio nel 1994 non prima di laurearsi in Economia e Commercio e superare l’esame di abiltazione a Dottore Commercialista. La sua passione per il basket lo avvicinò al giornalismo lavorando a Radio Reggio Centro e Radio Touring tra l’86 e il 94.

 

Vive in Spagna, a Siviglia, da più di 25 anni. E’ sposato con Marilò, ha due figli (Carla ed Alberto) ed è un professionista nel settore dello sport, avendo iniziato come scout nella pallacanestro alla fine degli anni 90 per poi passare alla rappresentanza sportiva e agli inizi dei 2000 fondare la sua agenzia che attualmente opera in Spagna, Portogallo Sudamerica ed alcuni paesi africani direttamente ma praticamente in tutto il mondo attraverso una rete di partnership. Collabora anche con il quotidiano nazionale sportivo di Barcellona “Mundo Deportivo”.

Fabio, come vanno le cose in Spagna e nella tua zona geografica?

La situazione è abbastanza seria. Dal 14 marzo il Governo ha dichiarato lo “Estado de Alerta”, uno dei tre stati d’emergenza previsti dalla Costituzione spagnola, imponendo misure restrittive alla libera circolazione anche più severe rispetto a quelle italiane. L’ibernazione delle attività produttive non essenziali, dopo la chiusura dei bar, ristoranti, cinema e teatri, è cominciata il 30 marzo mediante la concessione delle ferie anticípate retribuite fino al 13 aprile per tutti i lavoratori dei settori indicati nel decreto. Devo dire che in generale e per cultura gli spagnoli, pur essendo abbastanza mediterranei ed amare “vivir en la calle”, sono responsabili nell’osservanza deiie leggi e dei doveri civici. Peraltro le sanzioni previste per la trasgressione dell’obbligo di non uscire sono veramente forti, si arriva fino al fermo di polizia. Pertanto credo che la popolazione stia svolgendo in modo esemplare la sua parte. L’andamento della curva dei contagi e dei decessi in Spagna segue quello italiano, ma la crescita giornaliera è stata più pronunciata intorno alla fine di marzo salvo rallentare chiaramente nei primi giorni di aprile probabilmente proprio per i frutti dati dell’ottima risposta popolare alla misure imposte dal Governo. Nell’Andalusia, la regione in cui vivo, l’impatto del virus non è stato troppo drammatico. Basti pensare che l’Andalusia è la regione con più abitanti della Spagna, ma attualmente è sesta per quanto riguarda il numero di contagi e settima nei decessi. Il focolaio principale del virus è stata la regione di Madrid, in un certo modo paragonabile alla Lombardia anche se con una letalità più bassa. Il virus sta colpendo duramente anche la Catalogna e i Paesi Baschi oltre la Castiglia La Mancia che senza dubbio ha subito negativamente la sua vicinanza geografica a Madrid.

Hai avuto la sensazione che si sia stato ignorato o minimizzato quanto accadeva in Italia, almeno all’inizio?

Senza dubbio. Avendo seguito le vicende italiane fin dal 21 febbraio ho rivissuto con delusione e rabbia il ripetersi di una serie di errori gravi nei comportamenti della gente e dei politici. Per oltre due settimane la situazione italiana è stata al centro delle notizie di tutti i mezzi d’informazione spagnoli, ma, tanto per fare un esempio, ciò non ha impedito il ripetersi del principale e gravissimo errore fatto in Italia, cioè consentire che il virus si propagasse dai focolai iniziali verso tutto il territorio. Milano sta a Madrid. Stazioni ferroviarie, autostrade, autobus, etc. presi d’assalto da studenti, lavoratori o anche madrileni scappando via verso le loro città o paesi di provenienza sparsi per la Spagna o presso le seconde residenze sulla costa di Valencia o Andalusia. Il che ha permesso di non circoscrivere l’impatto negativo del virus su una porzione del territorio nazionale, che, sebbene ad altissima densità, avrebbe potuto giovarsi degli aiuti proveniente delle altre Regioni per evitare il collasso. I dati statistici dimostrano che il numero di decessi nelle prime tre regioni italiane rappresenta quasi l’80% del totale, mentre in Spagna è sotto il 70%. Si potrebbe giungere pertanto alla conclusione che la mancata chiusura della regione di Madrid nella prima metà di marzo ha permesso al virus di “viaggiare” per tutto il territorio nazionale.

Come è la tenuta del sistema sanitario? E che tipo di sistema è? Assistenzialistico, mutualistico?

Il sistema sanitario spagnolo è pubblico, universale (anche per i residenti non spagnoli) e gratuito. Le competenze in materia sono regionali e, in media anche per esperienza personale, il livello è medio alto. La Spagna è molto orgogliosa dei suoi medici e del suo sistema e in questi giorni alle 20 la gente esce sul balcone ad applaudire gli “eroi” di questo momento così trágico. Tuttavia non si può negare che la crisi finanziaria del primo decennio di questo secolo ha prodotto dei tagli molto importanti soprattutto in alcune regioni che hanno incentivato, anche con aiuti pubblici, il proliferare della sanità privata. Proprio la regione di Madrid e della Catalogna sono state quelle in cui le politiche liberiste sono state più intense pertanto il livello di saturazione dei posti letto e in terapia intensiva è adesso molto elevato e la tenuta non è stata ottima. Si è corso ai ripari facendo di palazzetti, fiere ed hotel veri e propri ospedali. Discorso a parte merita la disfunzione nell’approviggionamento e distribuzione di tutto il materiale di protezione e dei tamponi anche tra il personale lavorativo ospedaliero.

Che sensazione si ha in Spagna rispetto alla nudità in cui si è scoperta l’Europa intesa come ente pseudofederale e come unione di popoli

La sensazione è che l’Europa è mancata almeno nei primi due momenti di questa crisi. Innanzitutto gli spagnoli pensano che non c’è stato nessun tipo di unità e compattezza da parte degli Stati della Unione Europea nella fase di preparazione e prevenzione. E dopo l’impatto ci si è mossi male dimostrando ancora una volta un’allarmante mancanza di solidarietà e strategia comune. Stiamo parlando di uno dei Paesi dell’UE più “europeísta” secondo le statistiche. Quindi le critiche che si stanno levando non sono così consuete come leggo ed ascolto da qualche tempo in Italia. Tuttavia adesso è giunto il momento cruciale. Il governo di Sanchez ha creato un asse con quello di Conte nella questione degli eurobond e si intende che questa crisi “simmetrica” non può non essere risolta dal punto di vista economico utilizzando tutta la potenza e le risorse che solo un’Europa unita può dare. Da quello che succederà nei prossimi mesi dipenderà la stessa sopravvivenza dell’UE. In Spagna ne sono convinti.

Le prospettive per l’economia spagnola sono state disegnate dal vostro governo?

Ancora non si hanno molte notizie di quella che qui viene denominata fase 3. Quella della ricostruzione. Per il momento tutti i decreti emanati dal governo vanno rivolti al tentativo di salvaguardare i lavoratori dipendenti e le famiglie meno abbienti. Nello specifico le misure sono molto simili a quelle italiane: dalla Cassa Integrazione, agli aiuti alle partite IVA, dalla sospensione del pagamento dei mutui al rinvio del pagamento delle imposte e il progetto di un nuovo reddito di base che aumenti il numero di persone che già ne usufruisce. Ma la vera sfida della Spagna verrà nei prossimi mesi soprattutto per quanto riguarda un settore strategico come il turismo e le sue ricadute sul tasso di disoccupazione. Una curva a V, come auspicano molti economisti, dell’andamento del PIL potrebbe riportare l’economia spagnola a crescere a un buon ritmo, cioè intorno al 2% annuo. Ma mi aspetto che il debito crescerà e sarà necesario che lo spread e l’UE non obblighino di nuovo a dei tagli alla spesa pubblica. In conclusione l’esistenza di un governo di coalizione, il primo della storia democratica della Spagna e peraltro di minoranza quindi non troppo stabile, fra i due alleati del Partito Socialista (PSOE) e Unidas Podemos non è certo il migliore scenario per prendere decisioni a volte impopolari, anche se è chiaro l’indirzzo progressista delle politiche già messe in atto sia dal vista economico che sociale.

Che ne sarà del mondo dello sport, in Spagna e in Euopa? Parlo sia dello sport professionistico che di quello di base, mi riferisco al brevissimo periodo (campionati e coppe “appesi”) e al lungo periodo

Ci sarebbe da parlarne a lungo. Penso che in questo momento la situazione è appesa ad un filo. Non credo che sussistano, e sono molto scettico riguardo il prossimo futuro, le condizioni sanitarie minime per riprendere gli eventi sportivi, nè in Spagna nè in Europa. Credo però che l’enorme impatto di un’eventuale cancellazione dei campionati nazionali e continentali sui bilanci delle grandi società potrà forzare un “simulacro” di fase finale, siano esse Final Four o Final Eight, a livello continentale, Nel lungo periodo normalmente la crisi porterà ad una maggiore divaricazione fra le piccole e le grandi società. Non mi stupirei quindi se nel calcio si accelerasse il progetto di una Champions League chiusa, o meglio un vero e proprio campionato europeo per club sullo stile già esistente nel basket che, inevitabilmente, avrebbe un effetto sui campionati nazionali i quali, a mio avviso, dovrebbero ridiscutere la loro formula storica per ridurre il numero di partite giocate dalle “grandi”. Per esempio, si potrebbe pensare ad una prima fase tra tutte le squadre di Serie A escluse quelle “europee”, che entrerebbero in scena solamente in una seconda fase, verso febbraio per esempio, giusto per disputarsi lo scudetto con le prime classificate della prima fase le quali avrebbero a disposizione anche un numero minimo di posti per qualificarsi alle Coppe europee della stagione successiva. Mentre le altre giocherebbero un altro torneo, tipo play out, per evitare la retrocessione.

 

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