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SFRAMELI PIANI DELLO ZILLASTROSenza passato non abbiamo un’identità. Noi siamo la nostra storia, ciò che abbiamo realizzato, superato, sbagliato e creato. Questo vale per l’essere umano come per un popolo. Diffidiamo di chi vorrebbe cancellare il proprio passato, dimenticarlo o far finta che non ci sia mai stato. E diffido anche di me stesso quando mi vengono questi pensieri. Sono tentazioni che spingono a non affrontare la realtà. La mia generazione era costantemente legata alla tradizione e dubitava del presente con le sue novità. Con gli anni, ci accorgiamo di essere legati al vissuto dell’infanzia e dell’adolescenza. Sognavamo, ma eravamo coinvolti e trascinati nei problemi della tormentata collettività, al contrario dei qualunquisti di professione. Contro l’indifferenza dilagante, in solitudine, compivamo gesta considerate miracolose, alimentando le aspettative di potere liberare la collettività dalle angosce che la affliggevano, forse con un atto magico. Il rapporto con il proprio passato, con un pizzico d’incoscienza, diventa chiaro quando andiamo lontani dalla terra natia. Una tempesta di pioggia si abbatté sull’Aspromonte, nella boscaglia di faggi e felci, inabissando in spirali chiunque fosse lì. Il vento imitava le urla di mostri, di animali con le fauci spalancate. Poi la luce radiata da strappi di cielo azzurro e il vento rimbalzava con echi argentini. Quando l’aria tornò limpida, tutto appariva mistero e tutto appariva negato.

L’8 settembre del 1943, in Aspromonte (RC), sui Piani dello Zillastro, quattrocento paracadutisti della Divisione Nembo, difendendo il suolo patrio dall’invasore, si scontrarono con cinquemila anglo-canadesi. Avranno la peggio. I ragazzi dell’ VIII Battaglione, divenuti uomini e soldati sui campi di battaglia, per coprire la ritirata di due Battaglioni, ingaggiarono battaglia e furono sopraffatti dalla soverchiante potenza nemica. Il 3° e l’11° Battaglione della stessa Divisione ripiegarono a Soveria Mannelli (CS), dove, per il lutto dei compagni d’armi caduti sullo Zillastro, sulla manica sinistra della giubba, apposero la scritta “per l’onore d’Italia”, che rimase il motto della R.S.I. Secondo i principi di fedeltà ancorati nell’animo di ognuno, Il III Battaglione scelse di combattere al fianco degli Alleati, mentre l’11° Battaglione si unì ai tedeschi e per combattere gli Anglo-americani.

Il 10 settembre 1943, in Sardegna, nei Piani di Macomer (Nuoro), veniva ucciso il Ten. Colonnello Alberto Bechi Luserna, Ufficiale di Cavalleria e Paracadutista, Capo di Stato Maggiore della Divisione "Nembo", autore de ”I ragazzi della Folgore”, in cui raccontò la battaglia di El Alamein e l’eroismo dei paracadutisti della Folgore e dove egli stesso fu decorato al valore. L’annuncio dell’armistizio spaccò l'Italia in due. I soldati non sapevano più che fare e ognuno andò per la sua strada, convinto di essere nel giusto. In Sardegna, il Generale Basso, Comandante della Divisione Nembo, e il Ten. Colonnello Alberto Bechi Luserna non manifestarono dubbi, c’era solo da rispettare il giuramento prestato al Re. Nell’isola, le truppe tedesche chiedevano treni per raggiungere i porti del nord e imbarcarsi per la Corsica; si ritiravano senza combattere. La Sardegna non conobbe i tedeschi come nemici, i fascisti della Repubblica di Salò e i partigiani della Resistenza, le torture e gli impiccati, non provarono la speranza di mutare la vita e la storia. L’uccisione di Bechi fu un tragico fatto di sangue, che avvenne in modo casuale, improvviso e non preordinato da nessuno. Invero, il pomeriggio del 10 settembre, il Ten. Colonnello Bechi tentò di riportare indietro i “ribelli” del 12° Battaglione Paracadutisti Nembo che, al comando del Maggiore Rizzatti, e su ordine di questi, decisero di seguire i tedeschi della 39^ Divisione Panzergrenadieren, diretti all’imbarco per la Corsica. Agli “insubordinati” non si congiunse la 35a Compagnia dello stesso Battaglione. Fu così che Bechi, a bordo di una Fiat 1100 mimetizzata, e sotto scorta di due carabinieri paracadutisti viaggianti nella stessa autovettura, raggiunse i piani di Macomer (Nuoro), dov’erano dislocati i paracadutisti del 12° Battaglione. All’ingresso dell’accampamento, il Capo Posto Caporalmaggiore Proietti e il Capitano Corrado Alvino negarono l’ingresso al Ten. Colonnello Bechi. Ci fu un rapido scambio di parole. Alvino, forse interpretando un gesto come l’intenzione di servirsi della pistola, estrasse rapidamente la propria facendo fuoco contro il superiore. A questo fece seguito una raffica di mitra, che colpì al corpo l’Ufficiale. Anche uno dei militari di scorta rimase ferito, mentre l’altro, approfittando della confusone, scivolò nel fossato dietro l’autovettura, quindi dietro un muretto a secco. Poté così allontanarsi inosservato e raggiungere in breve il Comando di Divisione, a Bortigali (Nuoro), sistemato nelle scuole elementari. Bechi non morì subito, ma dopo ore di sofferenza. Il Maggiore Rizzatti ordinò di raccogliere gli oggetti del colonnello, cercando di comprendere cosa fosse successo, ma i soldati tedeschi ne sollecitarono la partenza. Nei documenti dell’Ufficio Storico dell’Esercito Italiano si legge: "La salma fu caricata su di un motocarro e si riprese subito la marcia. Il movimento continuò sino all'estrema punta nord della Sardegna. Durante il percorso non fu possibile dare sepoltura alla salma". Il corpo di Bechi, chiuso in un sacco di juta, venne così caricato "ai margini di uno zatterone" e infine gettato in mare al largo di Santa Teresa di Gallura durante la traversata verso la Corsica. Finita la guerra, il Capitano paracadutista Corrado Alvino, colpevole del grave fatto di sangue, durante il c.d. “Processo alla Nembo”, fu giudicato e condannato. Fu un mondo disseminato di guerre, anche non armate, e le leggi del sangue conobbero solo drammi che segnano la vita.

E’ un fattore deviante di carattere culturale: ci hanno insegnato che Male e Bene dovrebbero sposarsi e trasformarsi in sintesi. Ma il vissuto suggerisce che l’evento sia irrealizzabile e impossibile. La sintesi è un equivoco filosofico, un tradimento del pensiero di Hegel, che sostiene sia possibile la Conciliazione con l’Assoluto. E, per raggiungere il Bene assoluto, c’è una sola strada: rafforzare il Bene a tal punto da rendere il Male una cattiva pelle da abbandonare. Oscuramente intuiamo che non siamo fatti per essere travolti dalle passioni o dalle malattie, ma per elevarci e cercare di unirci a qualcosa di sublime.

Il Ten. Colonnello Alberto Bechi Luserna non dimostrò mai sentimenti di odio e, leggendo la sua vita, nemmeno internamente li provò per i nemici. Per la sua riconosciuta autorevolezza, avrebbe perdonato il gesto c.d. “ribelle” dei paracadutisti, condotti sulla strada sbagliata. Il cuore del Comandante cessò di battere, ucciso a sangue freddo da colpi di pistola e raffiche di mitra dall’improvviso odio scaturito dal cuore atrofizzato di Caino.

21/09/2020 Cav. Ufficiale Ten. CC ® Cosimo Sframeli Paracadutista