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rapina sicurtransport caraffa catanzaro 04Allora venne definita come un’azione bellica: un gruppo armato, con metodi paramilitari, imbracciando i mitra e fornito di sofisticate apparecchiature elettroniche, eseguì un vero e proprio raid portando via un bottino di oltre 8 milioni di euro (LEGGI).

La rapina suscitò particolare allarme per le modalità dell’azione: il blitz scattò la sera del 4 dicembre di due anni fa, nella zona di Caraffa, nel catanzarese, quando dei mezzi - 11 vetture - vennero posizioni in strada ostruendo il passaggio e dati alle fiamme; sull’asfalto furono messi anche dei chiodi e altro per bloccare l’eventuale intervento delle forze dell’ordine (LEGGI).

I malviventi, poi, sfondarono con un potente mezzo cingolato i muri corazzati del caveau dell’istituto di vigilanza della Securtransport: entrarono, arraffano il denaro e poi sparirono.

Dopo due anni la Polizia del capoluogo ritiene oggi di aver identificato e dunque arrestato il gruppo criminale responsabile della rapina.

Le indagini per arrivare alla sua identificazione - confluite nell’operazione denominata Keleos, - sono state coordinate dalla Procura Distrettuale Antimafia del capoluogo calabrese, che si è avvalsa delle attività investigative condotte dal Servizio Centrale Operativo della Polizia e dagli agenti delle Squadre Mobili di Catanzaro e Foggia.

Ai presunti responsabili viene contestata l’aggravante della metodologia mafiosa, in quanto una parte dei proventi sare stata data alle famiglie di ‘ndrangheta che hanno influenza sulla zona.

GLI SPECIALISTI PUGLIESI ED I BASISITI LOCALI

Secondo gli inquirenti, vi sarebbe stato uno stretto collegamento tra soggetti pugliesi, della zona del cerignolano ‘specializzati nel settore’ e basisti locali che avrebbero consentito di realizzare l’azione criminale.

Importanti sono state anche le dichiarazioni di una collaboratrice di giustizia, legata sentimentalmente ad uno degli organizzatori del colpo, che ha fornito dei riscontri su fatti e circostanze relativi al suo compagno ed al ruolo primario che questi avrebbe svolto nella vicenda.

In particolare, la rapina fu consumata secondo un pianificato studio delle zone dove è ubicato il caveau e con la complicità di un dipendente dell’Istituto di Vigilanza, che era responsabile della sicurezza: secondo gli investigatori il vigilantes “infedele” avrebbe fornito le informazioni preventive sul posto esatto dove eseguire la “spaccata”, così da realizzare la rapina nei tempi contingentati che erano stati previsti dai malviventi.

I calabresi coinvolti si sarebbero occupati in particolare di reperire le informazioni dal basista e di procurare le autovetture ed il mezzo cingolato utilizzati rispettivamente per il blocco delle strade e per la demolizione del muro di accesso al caveau, oltre che della logistica per consentire al commando assaltatore composto, dai pugliesi, di nascondersi a Catanzaro.