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1261fa1a 764e 11e8 852b 9a135e4d8431 QW0RDY283856 kKVE U111014834687881dH 1024x576LaStampa.itUna maxi confisca di beni, per un valore di circa 215 milioni di euro  è in corso di esecuzione a carico di un noto imprenditore reggino, Alfonso Annunziata (76anni), sottoposto anche alla sorveglianza speciale per tre anni con l’obbligo di soggiorno nel comune di residenza.

La misura è stata decisa dalla Sezione Misure di prevenzione del Tribunale del capoluogo dello Stretto e ad eseguirla, tra la Calabria e la Campania, sono stati gli uomini della Guardia di Finanza, in particolare dello Scico (il Servizio Centrale Investigazione Criminalità Organizzata), del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria e del Comando Provinciale, coordinati dalla Procura della Repubblica.

L’applicazione delle misure di prevenzione, sia personali che patrimoniali, tra cui appunto la confisca del patrimonio riconducibile all’imprenditore, arriva dopo che in sede giudiziaria è emersa l’esistenza di quello che inquirenti hanno definito come un “indissolubile rapporto di cointeressenza economico-criminale” tra lo stesso e una cosca di ‘ndrangheta calabrese, quella dei Piromalli, risalente alla prima metà degli anni ’80. Il provvedimento, dunque, ha riguardato il compendio aziendale di due imprese, le quote di quattro società di capitali e una di persone; ma anche 85 unità immobiliari, 46 rapporti finanziari personali e aziendali e denaro contante per quasi un milione di euro.

I PRESUNTI LEGAMI COI PIROMALLI

Alla confisca si è giunti sulla base sulle risultanze acquisite a seguito dell’operazione “Bucefalo” che nel marzo del 2015 vide Annunziata finire in carcere.

Proprio in relazione a quelle vicende, in questi giorni si stanno celebrando presso il Tribunale di Palmi le fasi finali del processo che lo vedono imputato, tra l’altro, per associazione mafiosa (il 416-bis), essendo considerato “partecipe” alle attività illecite della cosca reggina. In particolare, l’ordinanza sostiene che Annunciata “non è un imprenditore vittima, non è stato e non è costretto a favorire la cosca. Al contrario, è un soggetto storicamente legato ai componenti di vertice della famiglia Piromalli, da Don P. cl. 21 fino a P. P. cl. 45 (…) ed è, dunque, un soggetto intraneo che si presta da oltre venti anni, volontariamente e consapevolmente, al perseguimento degli scopi imprenditoriali ed economici della predetta cosca, così creando e sviluppando, nel tempo, solide cointeressenze economiche, accompagnate da ingenti investimenti commerciali nel territorio di Gioia Tauro (un esempio per tutti la realizzazione del parco commerciale Annunziata). Annunziata, in definitiva, è da ritenere partecipe della cosca, rappresentandone (…) il «cuore imprenditoriale»”.

Come accennavamo, dunque, gli inquirenti ipotizzano un rapporto di cointeressenza tra l’imprenditore e il clan reggino, una rapporto che sarebbe nato dalla prima metà degli anni ’80 e definitivamente sviluppatosi tra la fine dello stesso decennio e i primi anni ’90, “proseguendo ininterrottamente fino all’attualità”. La risalenza nel tempo di questo rapporto “di contiguità” con la cosca troverebbe riscontro nelle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia e anche dalle investigazioni svolte dalla Guardia di finanza, anche tramite delle intercettazioni telefoniche e ambientali.

“PEPPE IL VECCHIO” E LA PARTITA A CARTE NELLA BARACCA

Sempre secondo gli inquirenti, sintomatica di questo rapporto sarebbe una conversazione, captata in modalità ambientale, in cui Annunziata, dialogando nella sua auto con la moglie, passando davanti a una proprietà della famiglia Piromalli nei pressi del cimitero di Goia Tauro, avrebbe raccontato di quando si fosse più volte recato a trovare “Peppe il vecchio” quando quest’ultimo - all’epoca latitante (già ricercato nel luglio 1979 e arrestato nel 1984) - si trovava in una baracca a giocare a carte con altri amici.

La tesi è quindi che l’imprenditore sia stato un punto di riferimento fondamentale per le attività economiche della cosca, svolgendo anche il ruolo di “garante ambientale” per gli imprenditori che volevano operare presso l’omonimo centro commerciale, che si sarebbero rivolti a lui “nella consapevolezza del suo collegamento con la citata cosca”.

Il Tribunale reggino ha così potuto supportare, sulla scorta delle risultanze investigative, tanto il profilo della "pericolosità sociale qualificata” (per fatti di mafia) del 76enne, quanto la presunta origine illecita dei fondi investiti nella “impresa mafiosa”, sulla scorta della sproporzione tra gli investimenti effettuati nel tempo e le sue potenzialità economiche, essendo stato accertato come godesse di ingentissime disponibilità finanziarie ritenute “del tutto non in linea con i redditi dichiarati”.

Proprio sotto il profilo della disponibilità di beni, gli inquirenti non solo hanno individuato gli asset patrimoniali di cui Annunziata era titolare ma hanno anche raccolto dati considerati “oggettivi e concreti” per poter ritenere che l’uomo, al di là della loro formale intestazione, ne fosse l’effettivo dominus.

I BENI CONFISCATI

Nel dettaglio, all’imprenditore e alla famiglia sono stati confiscati: l’intero patrimonio aziendale della ditta individuale Annunziata Alfonso (con sede legale a Gioia Tauro e unità locale a Vibo Valentia) e della Annunziata Srl (con sede legale a Gioia Tauro), incluso il noto centro commerciale “Annunziata” nella cittadina della piana. Sigilli anche alle quote societarie della Annunziata Srl, della Annunziata Group Srl, della S. Spa, della G.S. Srl (tutte con sede a Gioia Tauro); e della C.A. di A.A.&C Snc, con sede legale a San Giuseppe Vesuviano (nel napoletano).

Confiscati poi 85 beni immobili, tra ville, appartamenti, locali commerciali e terreni, nelle province di Reggio Calabria, Vibo Valentia e Napoli; 46 rapporti finanziari personali o aziendali; e denaro contante, per un importo pari a quasi un milione di euro.