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Mercoledì 17 luglio, presso la suggestiva location del Castello Normanno di Bovalino Superiore, è andato in scena  "Ciao amore ciao - vita, morte e vita di Luigi Tenco", spettacolo interpretato e scritto dall'impareggiabile attore bovalinese Nino Racco, con l'ausilio di Antonella Iemma. Una serata voluta e organizzata, dopo il successo dello scorso anno, dalla ProLoco di Bovalino.

 

L'esibizione ha fatto rivivere al numerosissimo pubblico presente gli ultimi travagliati mesi di vita del cantautore Luigi Tenco, culminati con il suo suicidio avvenuto la notte del 27 gennaio 1967, dopo la sua esibizione al Festival, nell'albergo di San Remo in cui alloggiava.

Lo spettacolo ha inizio. Nino imbraccia la chitarra e spalle al pubblico inizia a cantare alcuni brani di Luigi Tenco. Canta, e fra gli spettatori cala un silenzio surreale. Si rimane subito colpiti, travolti, ci si immedesima, si comprende già la sensibilità e il dolore che il cantautore aveva dentro e riusciva a esprimere. 

Si gira, e cambia subito veste. E' la mattina del 28 gennaio 1967, e un bimbo sente la notizia che il cantante Luigi Tenco si è suicidato. La madre cerca di spiegargli cosa significhi, ma lui scappa per andare a scuola, non comprendendo ancora, lui bambino, il significato di quel gesto.

Si torna ancora più indietro. Da questo momento Nino diventa Luigi. Si va a qualche mese prima di quella tragica notte, quando gli viene annunciato che parteciperà al Festival di San Remo. Deve preparare una canzone. E lui scrive un testo impegnato, contro la guerra, con questa fila di soldati che vanno al fronte cantando "ciao amore, ciao!". Ma il suo produttore tronca subito l'entusiasmo. La canzone non va bene, deve essere più "sanremese".

Luigi è obbligato a cambiare il testo, e poi di nuovo, e di nuovo ancora. Sette volte. Deve parlare d'amore, avere una destinataria particolare ma essere impersonale, più movimentata, più semplice. Attraverso le varie versione Nino descrive a pieno la personalità del cantautore, il rapporto col discografico, con la madre (a cui in precedenza aveva dedicato il brano "vedrai vedrai"), con se stesso. Ogni tanto partono degli applausi, ma sempre quasi timorosi, come se non si volesse disturbare Tenco, impegnato, angosciato. Il pubblico che segue lo spettacolo dalla parte alta del castello può vedere le colline circostanti, solcate da una stradina di chiara argilla, come fosse quella "strada bianca come il sale", riescono quasi a vedere prima i soldati che marciano stanchi, piccoli come formichine, e poi un ragazzo con una chitarra sulle spalle. Intanto Nino continua, canta, parla, si muove, e la sua ombra proiettata sul telone si muove insieme a lui, sembra avere il volto di Luigi Tenco. E il suo volto, la sua immagine, compare davvero dietro le sue spalle mentre canta la versione definitiva. La canta con forza, rabbia, come fosse uno sfogo, una liberazione. 

Ma ad un tratto l'immagine si tinge di rosso, e di colpo compaiono alcune, poche parole, ma che fanno male: "Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt'altro) ma come atto di protesta.Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi."

Luigi Tenco morì, suicida, la notte del 27 gennaio 1967. I funerali si svolsero un paio di giorni dopo, a Cassine suo paese natio, alla presenza di pochi amici, tra cui Fabrizio De Andrè, che gli dedicherà "Preghiera in gennaio".

Gli spettatori applaudono. Si alzano, ma non per andarsene, ma per rendere omaggio a Luigi Tenco e Nino Racco.