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E' sera, fa caldo. Con alcuni amici siamo seduti a chiacchierare su una panchina del lungomare. La gente passeggia. Un vecchietto cammina lentamente, spingendo la bicicletta. All'inizio non ci faccio neanche caso.

Ma quando passa proprio davanti a noi, lo sento canticchiare allegramente “Rosamunda, Rosamunda, che magnifica serata...”. Rosamunda! Rosamunda... Lunga vita la sua. Lunga, anche strana a pensarci. Già, lunga, perchè la nostra Rosamunda, anche se mantiene il suo spirito allegro, è nata ben 85 anni fa, nel lontano 1927, in Cecoslovacchia, da Jaromìr Vejvoda, col nome “Modřanská polka”. E ancora non è altro che una polka, solo una musichetta allegra, senza neanche non una parola. Sarà solo nel 1934 che finalmente un altro ceco, Vatek Zeman, le darà un testo, e il primo... nome d'arte, “ Škoda lásky” (L'amore inutile). Un testo leggero, sentimentale, pieno di felicità e baci...

 Ma sono anni difficili, l'Europa è in piena crisi economica, si trascina ancora i fantasmi di una guerra passata e una prossima già nell'aria. Il sogno è l'America, la ricca America, dove tutto è possibile! E nella lontana America emigra anche lei, la nostra Rosamunda, viaggiando di bocca in bocca, da quella di un suo compatriota all'altro, spinti a salpare dalla povertà. Rosamunda non si fa rattristare dalla nostalgia, continua a restare quella musichetta allegra che è sempre stata. E ha ragione a esserlo, perchè in America raggiunge il grande successo, addirittura arrivando a venendere un milione di copie, tradotta in tedesco.

Da quel momento in tutto il mondo la conosceranno con il nome che siamo soliti chiamarla anche noi: Rosamunda. Anzi, Rosamunde, per dirlo alla tedesca. E si interessano a lei cantanti del calibro di Benny Goodman e Billie Holiday, che le cambieranno veste rendendola swing uno e jazz l'altra, e Glenn Miller. Questo ultimo suo “padre” però, dovrà darle la prima tristezza della sua vita: lei, così leggera, dovrà conoscere la pesantezza della morte. Infatti il noto artista verrà abbattuto sul Canale della Manica proprio mentre si sta recando a cantarla alle truppe americane, a portare un po' della sua allegria. Si sa, è la guerra...

Già, è scoppiata la guerra, la II Guerra Mondiale. E Rosamunda dovrà conoscere l'aspetto più abominevole della guerra: i campi di sterminio. Verrà internata anche lei, fatta suonare ad alcuni prigioneri, mentre altri partivano o rientravano nel campo verso o reduci da una estenuante giornata di lavoro, scheletri vestiti di stracci che marciavano al suo suono con quel loro passo legnoso, strascicato, dovuto un po' alla fame, un po' alla fatica, con quel maledetto fango che si incollava ai piedi e rendeva il tutto più difficile. Lei, una marcia di festa, in mezzo all'orrore; un modo dei carnefici per prendere in giro le vittime e per spingerli con quella musica così viva a cercare nell'animo la forza per resistere ancora alla morte, tutto solo per spremere da loro qualche altra misera energia utile al Reich. Grottesca la scena.

Primo Levi fu internato a Auschwitz. La ascoltò la prima volta appena arrivato. Scrisse di lei: “una fanfara incomincia a suonare, accanto alla porta del campo: suona Rosamunda, la ben nota canzonetta sentimentale, e questo ci appare talmente strano che ci guardiamo l'un l'altro sogghignando; nasce in noi un'ombra di sollievo, forse tutte queste cerimonie non costituiscono che una colossale buffonata di gusto teutonico”. Ma dovrà ricredersi subito, vedendo rientrare i compagni che ritornano dal lavoro. “Camminano con un'andatura strana, innaturale, dura, come fantocci rigidi fatti solo di ossa: ma camminano seguendo scrupolosamente il tempo della fanfara.” Chi non seguiva bene il tempo della marcia veniva pestato brutalmente. Primo Levi capì che presto sarebbe diventato come loro.

Elie Wiesel, in seguito premio nobel, sarà internato in diversi campi. Una delle cose ad accomunarli sarà proprio lei. Ne parla spesso nel suo libro-diario, “la notte”. Al punto che i musicisti costretti a suonarla cominciarono a odiare anche lei, innocente, prigioniera come loro. “Si lamentavano che non gli lasciavano interpretare Beethoven: gli ebrei non avevano il diritto di suonare musica tedesca”. Uno di loro si potrà “vendicare” durante una delle massacranti “marce della morte”, in cui i deportati venivano spostati da un campo all'altro dagli aguzzini per fuggire all'arrivo degli alleati, dei loro liberatori. “Riflettevo così quando sentii il suono di un violino. Il suono di un violino nell'oscura baracca dove dei morti si ammucchiavano sui vivi. (…) Suonava un frammento di un concerto di Beethoven. Non avevo mai ascoltato suoni così puri. In un tale silenzio. (…) L'oscurità era totale. Sentivo soltanto quel violino ed era come se l'anima di Juliek gli servisse da archetto. Suonava la sua vita. Tutta la sua vita scivolava sulle corde. Le sue speranze perdute, il suo passato bruciato, il suo avvenire spento. Suonava quello che non avrebbe mai più suonato. (…) Non so per quanto suonò. Il sonno mi vinse, e quando mi svegliai vidi Juliek di fronte a me ripiegato su se stesso, morto. Accanto a lui giaceva il violino, pestato, schiacciato, piccolo cadavere insolito e sconvolgente.”

Si ricorda ancora di lei Shlomo Venezia, internato costretto a lavorare nei Sodderkommando, gruppi addetti a bruciare i cadaveri, un modo dei carnefici di far partecipare le vittime al loro stesso sterminio, per far cadere le colpe anche su loro.

I cadaveri bruciati, Rosamunda... sono proprio loro che ha scelto Vinicio Capossela per parlare della tragedia dell'Olocausto. Con una surreale musica da circo, come doveva apparire surreale Rosamunda nel circo degli orrori Auschwitz, canta “suona Rosamunda, suona che mi piaci, brucino i tuoi baci nella cenere allor”.

Ma tutto questo orrore, finalmente, ebbe fine. Anche Rosamunda è finalmente libera, anzi è lei stessa liberatrice. Infatti arriva in Italia insieme alle truppe alleate che vengono a liberare la Penisola. E Rosamunda ritornerà finalmente ad avere il suo spirito leggero e a ricoprire il suo ruolo: portare allegria.

Durante tutto il miracolo economico tutte le orchestre di ballo liscio italiane la suoneranno, e con lei balleranno e si svagheranno tutti gli italiani nei nuovi locali che nascevano in quel periodo, come i famosi lidi, ogni tanto anche reinterpretata come fece Gabriella Ferri nel 1972, e pure questa volta fu un successo. Fino al nostro vecchietto sul lungomare... continua a suonare Rosamunda, continua la tua lunga e intensa vita. Continua a divertirci, ma anche a farci pensare, a farci capire con la tua storia come l'allegria possa essere minata dal dolore. Mai più, mai più... Suona ancora Rosamunda, “suona Rosamunda, suona che mi piaci, brucino i tuoi baci, come fuoco d'amor...”

 

 

Pasquale Blefari