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8 settembre 2012. In Chiesa si sente un frastuono di tamburi. Sono tornati dal giro del paese, hanno annunciato l'inizio della Cerimonia, la Funzione Religiosa può cominciare. Tutti sono in Chiesa, come quella sera di 418 anni fa. Quella stessa Chiesa, voluta nel 1525 dai Pignatelli, che mostra ancora il bassorilievo della Madre col Bambino ornato dal loro stemma nobiliare, sfigurato quella notte dai Saraceni. La commozione è la stessa, tutti cercano lo sguardo del magnifico settecentesco Simulacro della Vergine, splendidamente illuminato. Ognuno la invoca.

 

Finisce la Messa, i fedeli si recano tutti fuori. La Madonna, sulla sua vara dorata, dono del Vescovo Morisciano, illustre personaggio di Bovalino, procede lentamente verso la porta, portata a meno dai confratelli. E' fuori, sul sagrato della Chiesa. Il trambusto dei fuochi, le forti note della banda musicale, le luci dell'illuminazione artistica che riflettono sul manto stellato come scintille, sembra quasi quella sera. Le donne piangono, figlie di una forte devozione popolare, tormentate dai loro dolori personali.

Si sente un grido, "evviva Maria!", e poi un altro "a spalla!". I confratelli alzano di colpo la Statua sulle loro spalle. Scoppia un forte applauso. Tutto questo sotto la casa del Conte Grillo, uomo colto e patriota, la stessa casa che ha ospitato l'artista inglese Edward Lear, colui che ha descritto tanto bene nel 1847 il nostro paese e la nostra gente. Chissà cosa avrebbe scritto vedendo tutto questo...

La processione può partire. Passando per strette stradine si sale fino alla Timpa, lì dove l'Immacolata posa lo sguardo su Ardore Superiore e Benestare, vecchio feudo di Bovalino, e poi giù fino allo Zopardo, antico rione dei contadini. Il corteo si ferma, la banda suona l' "Evviva Maria". Siamo davanti alla plurisecolare Chiesa dedicata a Maria SS. delle Grazie e Maria SS. del Rosario, la Chiesa che festeggiò la vittoria della battaglia di Lepanto, a cui Bovalino partecipò, la Chiesa del magnifico portale in tufo scolpito.

Ci si incammina di nuovo, si passa intorno le antiche mura di cinta, lì dove si si vede tutta la costa fino a Roccella e quella vallata, il "vallone del soccorso", dove in tempo di guerra anche i nemici venivano curati. Si oltrepassa la imponente facciata posteriore in pietra della Matrice, la porta da dove quella notte entrò Scipione Cicala con i suoi uomini, la piazza, le antiche case.

Al Calvario si torna a salire, si entra nel borgo della Guarnaccia, un tempo sede della guarnigione militare. Le campane della seicentesca Chiesa di Santa Caterina V.M. suonano a festa per il passaggio della Patrona.

Si sale ancora. Si passa dal deturpato castello, con le sue torri, i suoi stanzoni e suoi parapetti merlati, il castello che cercò di opporsi con la forza e fu saccheggiato dai Turchi, con i suoi secoli e secoli di lotte e splendori. E poi ancora le vecchie case, un tempo unico, grande palazzo dove visse Gaetano Ruffo, martire per la libertà, e ancora quella dove nacque il beato Camillo Costanzo, missionario gesuita, che per la sua fede nella Vergine fu bruciato vivo in Giappone.

La processione è finita, si rientra. La commozione è maggiore di prima dopo aver visto il nostro paese, la nostra storia, i nostri monumenti, dopo aver capito quanto è prezioso quello che la nostra Patrona ha salvato dalla distruzione dei Turchi. Lei lo ha fatto una volta. Ora tocca a noi. Custodiamolo.

(foto di Melania Clemente)