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"La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles ed io i primi a scorgerla: stavamo trasportando nella fosse comune il corpo di Sòmogyi. (...) Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardigni, lungo la strada che limitava il campo.

Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi. (...) Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno che sigillava loro le bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergona che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui. (...) Così per noi l'ora della libertà suonò grave e chiusa, e ci riempì gli animi, a un tempo, di gioia e di un doloroso senso di pudore, per cui avremmo voluto lavare le nostre coscienze e le nostre memorie della bruttura che giaceva; e di pena, perchè nulla mai più sarebbe potuto avvenire di così buono e puro da cancellare il nostro passato, e che i segni dell'offesa sarebbero rimasti in noi per sempre, e nei ricordi di chi vi ha assistito, e nei luoghi ove avvenne, e nei racconti che ne avremmo fatto".

Così Primo Levi descrive nel suo libro "La tregua" il momento della liberazione del campo di

concentramento di Auschwitz. Auschwitz, il più grande luogo di sterminio della storia, il campo dove perirono 1.500.000 persone. Il giorno della sua liberazione è stato scelto come la data in cui commemorare le vittime del nazismo e dell'Olocausto, le 6.000.000 di vite spezzate dalla ferocia di una dittatura cieca e crudele e dagli altri regimi alleati, delle migliaia di persone sopravvissute ma segnate per sempre, delle persone che hanno rischiato e a volte perso la vita per aiutarle. Una lunga citazione quella sopra riportata, ma che serve a spiegare quello che le sofferenze hanno lasciato segnato nell'animo dei supersisti, e come sia impossibile, e non si debba, dimenticare. Perchè tutto ciò non si dovrà mai più ripetere.

Auschwitz, Belzèc, Bergen-Belsen, Buchenwald, Chelmo, Dachau, Majdanek, Mauthausen, Sachseausen,Sobibòr, Treblinka... Nomi di luoghi lontani, difficili da pronunciare, che sembrano non toccarci, eppure anche la Calabria ha avuto un suo campo, il campo di Ferramonti, che nonostante si sia distinto per umanità, l'imprigionare migliaia di persone senza una colpa non è mai giustificabile. Calabria, e la stessa Bovalino, che ha dato i natali a testimoni diretti, perchè l'hanno vissuto sulla propria pelle, delle deportazioni e della vita nei campi.

Il 24 dicembre scorso è venuto a mancare Antonio Zappia. Nato a Bovalino il 29/01/1921, è arruolato nel 111° fanteria fino all'8 settembre del 1943, quando viene arrestato dai tedeschi nelle campagne romane insieme a tutto il suo reggimento. Da qui vengono portati a Ostia e caricati dopo cinque giorni su un carro bestiame, il primo dei tanti su cui dovrà viaggiare. Vennero fatti scendere in un campo in Prussia, dove per giorni cercarono di convincerli a combattere con le forze tedesche. Non avuto nessun risultato, vennero divisi e inviati nei vari campi di lavoro e sterminio. Lui, e altri 780 soldati, vennero caricati in un altro treno, se così vogliamo chiamare quei vagoni piombati, carichi zeppi di persone fino all'ultimo cm a disposizione, con un secchio come unico servizio igienico. E' tarda sera di un giorno verso la fine dell'ottobre 1943 quando vengono fatti scendere. Sono arrivati al campo Kz Dora - Mittelbau. Leggendo i registri del campo, sono anche altri i soldati calabresi che arrivarono a Dora con quel convoglio: Caputo Gennaro di S.Demetrio (CS) (deceduto il 5/5/44), Lucia Antonio di Catanzaro (deceduto il 13/2/44), Micella Francesco di Crotonei (CZ) (deceduto il 30/8/44), Restieri Gennaro di Cosenza (deceduto il 3/1/44), Ranieri Rocco di Ferruzzano (RC), Scuteri Emilio di Cirò Marina (CZ), Bruzzese Francesco di Mammola (RC).

Dora. Un nome femminile, dolce, che in realtà nasconde il ben più realistico Deutche Organisation Reichs Arbeit. Dopo il bombardamento e la distruzione del campo di Peenemunde, sarà spostata lì la costruzione dei missili V1 e V2 di Von Braun, km di gallerie sotterranee scavati a forza di braccia dagli internati, dodici ore al giorno, senza vedere la luce del sole e al freddo, riempiti di botte e con una razione di cibo misera: un pane da dividere in tre, un mestolo di zuppa e un pezzettino di margarina. Appena arrivato, Antonio, diventato matricola 0215, capì subito in che inferno era arrivato, in mezzo a quel frastuono di compressori, mine che esplodevano. E a vedere quegli scheletri vestiti di stracci che scavavano la roccia, gli corse nella mente subito il pensiero che accomuna tutti i deportati al loro arrivo: diventerò anche io così? La sua storia ha in comune anche i colpi ricevuti già all'arrivo, quelle botte che ti facevano capire che bisognava solo ubbidire, quella crudeltà quasi senza senso che serviva anche a brutalizzarti sin da subito.

Tutta questa crudeltà e questo dolore traspare nelle memorie lasciateci da Antonio Zappia, dove si legge di lavoro, fame, freddo, dolore, i 15 giorni passati in "infermeria". Ripetuti sono i pestaggi da parte soprattutto degli impresari civili, descritti da lui come più crudeli delle SS stesse. Uscivano alla luce del sole solo di domenica, per essere contati e assistere alle castigazioni pubbliche, che andavano dalle 25 nerbate fino all'impiccagione. Dopo mesi e mesi passati a trasportare massi riuscì a farsi trasferire in una squadra che compiva un lavoro meno massacrante, e questa probabilmente fu la sua salvezza. Restò nel campo fino al marzo 1945, quando lo stesso venne evacuato per l'imminente arrivo dei russi. Dopo aver ricevuto pane e margarina per tre giorni, fu caricato insieme ad altre 96 persone su un vagone. Sullo stesso vagone incontrò anche un altro suo concittadino (non è specificato il nome), che morirà durante il viaggio quando il treno, scambiato per un convoglio di soldati tedeschi, verrà mitragliato da aerei alleati. Dopo un giorno di viaggio in treno, e una notte passata all'agghiaccio, inizierà anche per questo gruppo di deportati una delle tante "marce della morte" svoltesi in quei giorni, e che fecero migliaia di vittime. Marciarono per cinque giorni senza nessuna razione di cibo, dormendo la notte nei boschi. Dopo cinque giorni vennero consegnati un cucchiaio di farina e una scatoletta di carne da dividere in dieci persone. Scrive Zappia: "un uccellino con tanta roba non si sarebbe saziato". Per cercare di far cessare la fame mangiarono le foglie dei faggi. La salvezza, ormai insperata, arrivò il giorno dopo, quando la Croce Rossa Internazionale riuscì a consegnare ai disperati alcuni pacchi di cibo. Dopo due giorni ancora di agonia la guerra, finalmente, ebbe fine, come capirono quando videro le SS buttare le armi e scappare. Furono trovati dagli inglesi, e dopo varie peripezie, riuscirono a tornare alle proprie case.

Antonio Zappia arrivò a Bovalino la mattina del 20 agosto 1945, dopo aver vissuto addosso due anni di prigionia nazista. E' stato tra i fortunati riusciti a tornare dall'inferno, fra coloro che hanno potuto raccontare la loro storia, perchè tutto ciò non si ripeta mai più.

27 gennaio 2013, Giorno della Memoria. Per non dimenticare.