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L’avvento della Sharing economy sta rivoluzionando modalità e costi di accesso ai servizi.

Sharing Economy può tradursi, letteralmente, con “economia della condivisione” ed è un’espressione che vuole privilegiare un nuovo modello economico circolare, all’interno del quale professionisti, consumatori e semplici cittadini mettono a disposizione competenze, tempo, beni e conoscenze per la creazione di legami virtuosi che si basano sull’utilizzo della tecnologia in modo relazionale.

Basti pensare ad Airbnb per i posti letto o a Uber per i trasporti.

Se Uber stenta a decollare in Italia per via della spinosa questione delle licenze, Airbnb invece funziona bene mettendo insieme domanda e offerta di posti letto e consentendo agli utenti di ottimizzare costi e tempi.

Sulla stessa scia di Airbnb anche un’altra piattaforma: Turo.

Per ora è attiva solo in alcune città degli Stati Uniti e in via sperimentale in Germania e Regno Unito, ma presto potrebbe espandersi in tutta Europa, Italia inclusa.

Turo funziona come Airbnb, solo che invece di mettere a disposizione stanze o abitazioni private mette in condivisione automobili private, mettendo in contatto chi ha bisogno di una macchina con chi ne ha una che non usa.

Quindi se un utente ha bisogno di un’auto per poco tempo si iscrive a Turo, e cerca tra le auto disponibili nell’area e nel periodo che a lui interessa, il modello più adatto alle sue esigenze.  Poi fissa un appuntamento con il proprietario dell’auto, che gliela consegna.

E in caso di incidenti o danni?

Il contratto con Turo prevede che al momento del noleggio si sottoscriva un’assicurazione, che copra il guidatore dagli eventuali danni che può arrecare all’auto, a se stesso o ad altri.

Vedremo quale sarà la sorte di Turo: troverà un’accoglienza entusiasta anche in Europa o paura e resistenze al cambiamento?