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E' di notte che le tenebre tramano e tessono lembi di ricordo intricato. E' di notte che si suggellano buoni propositi che poi si dissolvono al filtrare scialbo e glaciale dell'alba. E' di notte che ci costruiamo gli alibi del giorno dopo.

E' di notte che le fibre del cuscino divenatano capillari linfatici. E' di notte che una concatenazione imperscurscrutabile di pensieri ci catapulta nel passato, smorzandoci il fiato in gola. E' di notte che si cospira col buio l'atto della concupiscenza, che si raggruma poi con sudore e formicolio. E' di notte, quando gli occhi pensati di trucco stantio e arsi d'immagini della donna fissano il soffito per cristallizzare un pensiero vacuo, ma penetrante. E' di notte che la velleità che si rincantuccia negli spigoli mordicchia le calcagna, vorace e lenta: ci rosola. E' di notte che le idee incurabili delle utopie fendono, a volte senza rimarginarsi mai più. E' di notte che il lenzuolo s'atteggia a scudo d'Achille, quando i talloni son più esposti alle escoriazioni del dubbio. E' di notte che siamo completamente sinceri, quando nessuno ci ode, ci sussurriamo le nefandezze che stipiamo furtivi nell'armadio immaginario, ci immagginiamo diversi, ci chiediamo "Perché accontentarsi, forse sarebbe il caso di reagire, di ravvedersi", perché la nostra vita reale spesso differisce da quella che avremmo desiderato. E allora ci promettiamo "da domani le cose andranno diversamente; supplirò a quella mancanza; smetterò questo vizio; spiegherò come stanno le cose; la pianterò di disperdermi in congetture; inizierò a fare jojjing; cambierò partito; le confesserò che l'amo ciononostante; devo essero meno dispersiva; dovrei chiedermi cosa voglio davvero; sono un uomo solo, inizierò a socializzare..." e senza requie ci protraiamo verso il rinnovamento dettato dalla foga tenebrosa della notte, e di cui ci carichiamo, e sfumiamo poi come dei cerini, perché la mente s'accascia, mentre il mattino s'insinua muto dagli spiragli e illumina la nostra inadempienza, che si realizzarà irreversibilmente non appena l'abbacinamento avrà avuto luogo, insieme alle nostre volontà che ci scrutano anchilosate da lassù, da dove le avevamo fissate: da quel Soffitto che ciclicamente sorbisce la solita solfa dall'annottare in poi, e che ormai sorride arricciando un po' le labbra, senza meravigliarsi, come chi a teatro ha già visto un'opera e ne conosce il finale ritrito e sconclusionato.