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Rimbaud parlava di deragliamento dei sensi, ma io ora mi sento dispersa e senza "Battello Ebbro", senza anche Rimbaud stesso. Deragliare emotivamente, ma nessun paradiso artificiale di sorta, smarrita soltanto nei meandri dell'indistinto.

Qualcosa che non ha fattezze, non ha neppure volto e io non reggo alla vista di un fantasma biancheggiante. Eppure l'ambiguità me la gioco come asso nella manica, è il passo prima del compimento ma in quell'istante prima, in quel proto, in quel pre fulmineo, è tutto revocabile, o può essere tutto deciso. Ci sono frangenti però in cui l'ambiguità (che come tutte le cose, gode e difetta dell'altra faccia della moneta), in cui se per un verso sei il padrone assoluto delle tue decisioni, dall'altro sei costretto, come una sorta di compenso immolato a Madre Libertà a scegliere indipendentemente dal tuo agognare. Tutte le scelte che diventano variabili indipendenti o semplicemente quei frutti di concatenazioni che sono scaturite per chissà quali interconnessioni elettivo- astruse, mi spaventano. Qualsiasi cosa esuli dal mio controllo m'attrae e mi terrorizza, e mi sento soffocare in balia di sensazioni che non so chiamare per nome, che non so definire né catalogare. E' come sentirsi impotenti innanzi alla catastrofe. Sono rapidi balenii intuitivi in cui t'accorgi di essere davvero nulla, e perlopiù alla mercé di costanti col retro sempre mutevole. Così tutto suppura e tumulta creando formicolii uniformi alle braccia, che avverto propagarsi sin dentro l'epiglottide, fino a sentirlo tremulo e vibrante; le pupille le sento dilatarsi spasmodicamente, come se stessi per morire e loro si affannassero a catturare ogni immagine prima della fine, in preda ad una fame bulimica di sfaccettature. Sono un' illusa perché credo fermamente che i vuoti si possano colmare con l'aria, così come da bambina scrutando il cielo pensando che mi colmasse gli sprazzi di bulbo oculare che rimanevano bianchi, desideravo avere gli occhi cerulei o lacustri allora, invece i miei son sempre stati castano bruno come l'annottare, come l'ora malinconica che saluta il sole e che annienta la sovrastruttura lasciando spazio al brusio lontano, delle voci che s'appressano stanche verso dimora. Attingere nell'infinito equivale a non fermasi mai, a sentirsi strozzare e tremare di freddo rovente. Il rovello perenne che nasce dal dubbio, e che mi catapulta oltre le imposte di casa mia, quello che mi rende esule e apolide d'anima non lascia mai posa! Montale, vedevi Arsenio andarsene come un giunco privo di radici abbarbicate e ben attecchite al terreno, ma penso che se ne andasse verso il cimitero degli elefanti con onore. Sragionare lucidamente desumo sia un ossimoro dosato. Manca un tassello alla mia vita, se lo rinveniste disperdetelo, non donatemelo mai.


Chiara Nirta