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La Poesia ch'è il senso della vita, qualche volta si cela e s'annida nella sensorialità tattile, in quella olfattiva, in quel gusto aspro che t'investe con rasposa nostalgia di tempi andati e lune riflesse sul Mare. Ma voi l'osservate bene il Mare? E non vi ricorda il moto perpetuo per eccellenza della vita? Un sommuovere e tumultuare paziente e caparbio, lento, perenne.

Come la vita sempre in moto, sempre discontinuo, colle sue onde che trasversalmente muoiono su una linea di confine flebile e netta, nella sua approssimazione. Ma voi l'ascoltate mai il mare? Provate, di sera, all'imbrunire. C'è un'ora particolare, esattamente quella che decreta le ventuno meno due minuti, in cui io sento il suo sciabordio muto e urlante di boati: ssssshhhh, shhhhhhh, shhhhhhh, la slavina che disperde, farnetica così. Esattamente in quei precisi minuti. Non erano le sirene a farneticar nenie, loro mimavano soltanto, intente a emulare mediante mimesi facciale i deliri provenienti dalle onde, alle ventuno meno due minuti, sempre. Era il mare a cantilenare. Era il Mare a sedurre. La mia sensorialità tattile quando accarezzo di sbieco col polpastrello l'acqua schiumosa, mi riconduce al velluto. Ma non un velluto consistente, è una ragnatela diafana e intangibile, che s'accalca e s'edifica su un odore salino eroso dal vento, appena appena. Ci sono giorni invece, cui osservo le vene delle foglie e mi chiedo perché loro godono di una linfa che dall'esterno appare verde come la speranza, mentre noi siamo irrorati dal rosso lava che l'emoglobina designa. Il rosso è sempre fuoco, e la speranza nel fuoco è concessa soltanto dall'ausilio acquoso delle stille, dal liquido, dal Mare. Tutto conduce al Mare. Chi ha dentro un oceano non può mai concedersi posa e rimanere immobile. Un Uomo che ha l'oceano dentro non può far altro che seguire il suo moto irregolare, mai rettilineo, sempre parziale e netto nell'incoerenza dello smuovere. Chi ha il mare grondante nel petto villoso e diradante a destra, non può mai smettere di osservare la luna, perché le sue maree emozionali lo soggiogano se non assolve l'istinto suo, il suggerimento naturale. Tutta quell'acqua che gli gorgoglia nell'epiglottide sparpaglia quell'Uomo svaporandolo tra le nubi ed i venti, e lui galleggia, e lui annaspa tra i marosi suoi stessi lembi di pelle. La pelle, sì. In alcune pelli ci si perde. In quelle pelli salmastre e riarse dal sole, c'è da morderle. C'è da perlustrarle al millimetro quel tessuto umano e salato. Sono intelaiate non su pori ma su golfi e scogli epiteliali le pelli degli Uomini pesce. L'Uomo che ha il mare dentro, dall'anima irruenta come i naufragi, dall'anima errabonda come i tritoni, sempre percorso da scosse elettriche come le murene, sensuale come una medusa sinuosa. L'uomo che ha nel cuore l'oceano non è mai solo, perché dentro la sua anima s'innescano danze di sirene e mulinelli sgominanti relitti, ma è sempre assolato egualmente: la sua acqua non è permeabile al rosso, al sangue, all'umano. Lui attecchisce nel DIS-umano, nel non luogo. L'uomo che ha il mare nelle vene è sempre variabile, or sinistro or giocondo, non è mai lo stesso. Lui ama il blu, non il blu pallido del cielo, o almeno non come quello intenso e spavaldo delle onde. Il blu lacustre e deciso. Tutto conduce al mare, e tutto si disperde e si ritrova anacronisticamente e a caso tra i cavalloni, tra gli interstizi e le pieghe dell'increspatura marina. Il mare, non ha pietà, ma salva. Il mare non ragiona, è lì come baluardo delle energie umane che si disperdono se uno gli strilla contro. E allora quella eco si propaga navigando, spirando su pirati ed altri uomini pesce, tra i comignoli delle case furtivamente, tra i capelli degli amanti. L'uomo mare respira stando in apnea, e avverte le vibrazioni del calpesticcio di uno qualunque, dall'altra parte del mondo. I venti non fendono mai il mare, lo carezzano, lo irritano a tratti ma lui si difende con coltre di salsedine. Quell'alone aleggiante ch'è il suo cavallo di Troia. Avete mai annusato il mare? Provate a riempirvi le coane di sale, e riscoprirete che la natura una fragranza la possiede e che non è mai melliflua, è rude e delicata nell'esserlo. Il mare non ha occhi, è dotato di sentori che non errano mai però. L'uomo mare però sì, occhi ne ha e non sono un paio, non sono mai due. Scruta pure con le orecchie e narra a pantomime o a sibili silenziosi da fracassarti le meningi, se non sai accogliere quei suoni indecifrabili. L'uomo mare non è lui, è una creatura di dolore che ha trasformato il sangue in vita e ora dai bulbi suoi fuoriescono favole e rammendamenti alla malinconia che lacera, che l'ha lacerato. Ma ha imparato a tappare le sue falle magistralmente. L'uomo mare non si può abbracciare, se non intimamente, col cuore, perché di tra le mani evaporerebbe via. In una via senza luogo, l'uomo col mare che gli "strasborda" dal petto.

Di Chiara Nirta.