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Ero al mare oggi, prima che le onde mi lambissero i sensi. Allora ho voluto accarezzare l'onda schiumosa, così, per un istinto nato come un mulinello fuorviante: un mulinesso dentro, e Iddio sa quanto forte trascina impietosamente per i capelli.

Dopodiché ancora la sensazione nata dallo stesso un moto flebile e blu ,mi ha condotto a saggiare il polpastrello salato, umetatto di Mare. E' lì che mi sono sentita una bestia, una bestia libera, un animale che risponde sincornicamente ubbidendo alla propria natura, al proprio cagnesco e acquatico istinto. Siamo in simbiosi con l'universo, che ci veicola con le sue energie, coi colori sfumati e impressi in sfaccettature impercettibile. E i sassi, oh... dovevate scrutare i sassi. Ho impiegato mezz'ora abbonante a scrutare fissamente le venature di una pietra che ha destato la mia attenzione. Era color rossiccio sfumato, come se dentro a quel minerale un tramonto nascente stesse propagando i suoi ultimi raggi. Dunque mi chiedo, le pietre non son forse vive? Coriacee ma vive e assorbenti, ho arguito! Una pietra spugnosa con sprazzi di ore che annottano nei suoi capilliari turgidi e netti. E stringevo sabbia, mentre quella sveltita s'affrettava a sfuggirmi di tra le mani. Scappava repentina, scaltrita, come se non avesse atteso altro, come se il suo obiettivo era da sempre stato lo stesso. Inculcarmi un tarlo logorante, un dubbio e tante certezze derivanti e cosequenziali, come una sintassi marosa e lacustre: Non è forse vero che è la Natura la madre dell'arte? E l'essere umano piccolo e opaco è ancor meno rilevante dei granelli che calpestiamo? L'arte, la poesia è tutta inscritta nell'universo, credo, e qualche sagace pulviscolo umano, si limita a raccontarne le fattezze, le meraviglie, narrando anche delle pietre che iglobano pazientemente sole e lo contengono a stento, lo fagocitano avidamente. Anche questa ecco, non è una grande scoperta, è una banalizzazione allucinante, eppure la natura te lo suggerisce occhieggiando, se la guardi, se impari ad ascoltarla. Il mare è paziente, logora i sassi e gli conferisce bellezza levigata, gli inietta pazienza lenta e perenne, perché del tempo non ha timore, come potrebbe? Il mare non è caduco, è sempiterno, è onnipresente, è saggio. Il mare che non prova pena ma risparmia. Che inquieta le anime errabonde, il mare e il sole. Il sole abbacinante che colora le pelli a chiazze, che sintetizza vitamina D, ch'è fonte di vita, che abrade i tessuti epiteliali. Il sole dentro: colui che l'ha incuneato nel cuore, riverbera sempre di luce arsa, di luce arroventata. Come quelle genti la cui pelle olezza di mare nottambulo e sciabordante, e di sudore sessuale. Emanano sangue certe pelli, c'è da non crederci. C'è da rimanerci secchi. Certe pelli da contarne i pori, certe pelli che tappezzano anfratti carnali bui e aggrottati. Pieghe corporali inesplorate, inconminate, mai baciate: vergini di labbra. E non è poi forse vero che la fuliggine umana ha congenito in sé un mondo "altro" a sua volta? Forse Bufalino aveva visto distante: siamo delle pulci saltellanti nel corpo del Gigante!