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Penso che il compito di chi Scriva non sia soltanto raccontare sogni e lieto fine, non sia soltanto edulcorare il quadro esistenziale che ben spesso è viceversa spigoloso e acuminato, penso che Scrivere sia anche narrare della realtà, persino dei lati grotteschi della vita, del putridume, degli anfratti umani più corrotti e mistificatori.

Scrivere non è soltanto retorica passata al filtro di un qualche eufemismo camuffante, né soltanto raccontare le bellezze che ci circondano, anche se tutto l'elenco ivi citato si annovera abbondantemente nella cerchia delle enumerazioni svolgibili. Scrivere è inoltre rasentare un fondo nero di dolore, lo schifo e l'umiliazione più estenuante, per poterne parlare, per disquisirne con cognizione di causa. Ho sfiorato botri di dolore inimmaginabile, ho assorbito tristezza atrofizzante, sono stata triviale, e di errori ne ho commessi perseverando ancora ottusamente, volontariamente. Non sono una persona d'indole cattiva eppure ho inveito con zanne e canini acuminati contro l'innocente, le mie budella sono state pervase da vittimistico compiacimento, mi sono crogiolata nel narcisismo intimamente, ho atteso le mie vendette implicite sghignazzando sentendomi solleticare rudemente il volto dal peccato. Ho peccato volontariamente Io, e lo rifarei un'altra miriade di volte, perché osservare un'anima candida che si corrompe quando gli spintoni del peccato la disintegrano è uno spettacolo raccapricciante, uno spettacolo che avviene sporadicamente. Ho sentito il mio corpo convulso sotto gli spasmi del dissacramento riempirsi di linfa calda, se l'Inferno esiste ci scorre nel sangue, e dall'inferno non si sfugge mai. Linfa calda d'ebbrezza amplificata da un'indole buona, che si contrapponeva alla degenerazione allettante per incrementare scrupoli e rinvigorire moralismi. Il disfacimento di un'anima, il lacerio io l'ho udito. E' un "Crrick" inusitato, come di ghiaccio che si spezza, e le cui crepe senti espandersi con un brivido di piacere grottesco. Ho degli antri interni così inattingibili e neri, che i miei polmoni intaccati da catrame da nicotina se collazionati apparirebbero analoghi al biancore della neve, verginali. Le sensazioni che mi pervadono non sono sempre innocenti, se i miei occhi avessero potuto ferire come un'arma contundente non mi avrei risparmiato ad alcuni il triste trattamento, avrei inferto con voluttà. L'odio ha un sapore aspro, è una cancrena che si raggruma da qualche parte sotto la lingua, credo tra le papille gustative e anche leggermente sparso nell'epiglottide, lo avverto distintamente, perché ha un peso greve, perché se si propaga un quantitativo cospicuo l'epiglottide si chiude col suo riflesso d'abbassamento per proteggersi dal veleno, i polmoni almeno, l'aria che fluisce, perlomeno quella, incontaminata! Mi lascio dominare dalle passioni fuorvianti e dagli istinti, a tratti, vado come giungo, così dal nulla, e che non sia corretto son conscia: ne sono mortificata, è solo la mia Natura, sono incapace di esmimermi. Eppure io non sono una persona cattiva, mai stata. Finché il mio involucro corporale avrà forza necessaria per sopravanzare io darò il mio contributo benevolo-incorruttibile al mondo, come adesso scrivendo di me, e narrando simultaneamente di voi. Nessuno nasce malvagio o lo è integralmente, ci sono solo situazioni, e istinti indomabili con cui non ci hanno insegnato a fare i conti, ché poi neppure gli avi erano così efficienti nel barcamenarsi, fra quei marosi emozionali. Io (per dire anche tu, caro lettore), sono capace di un Amore immenso, per l'ambiente circostante anche, per la venatura arancione di un sassolino, il colore sbiadito di una vecchia maglia, gli amici, anche i nemici, il Mare, Lune, genti, odori infantili nel loro ricordo repentino a sprazzi, io l'universo me lo sento danzare dentro, col suo ritmo me ne vado errando, sciancata, strafottente delle vostre opinioni e voi delle mie, si campa così. Io sono una spiritata, folle, un raggrumo di tutti gli scarti del mondo. Un rimasuglio mastodontico su cui s'accalcano detriti e lapislazzuli insanguinati. Il mio pudore possiede della gradazione che nessuno intenderebbe, a tratti preserva vecchi principi come un baluardo contro l'evoluzione macchinosa della depravazione, per altri versi è completamente assente, quando la primordialità senza soprassedere ha il sopravvento. Io passo le notti pensando che un luogo radicale in cui allignare per me non c'è. C'è per molti, non per tutti, non è una costante esistenziale, apolide, qualcuno è apolide. Anche se credo che in diverse dosi, quali modiche, quali particolarmente ampie siamo tutti disadattati. Così mi sparpaglio, tra la sovrastruttura distesa a perdita d'occhio e il cielo arancione di una Città, e la sterminatezza e un caldo afoso di Paese, che sa di pane caldo e sudore materno dietro i fornelli, mi riempio lì e mi svuoto qui tra sterpi e piedi a ridosso del cemento rugoso e scottante. Stanotte ho discusso col Mare, ho voluto parlargli dei miei Diavoli interiori, Coloro che hanno tutti un nome, anche se Lilith è il Capostipite della perdizione per me, Lei mi smarrisce. E il mare ascoltava trangugiando avidamente la nenia insensata, mentre io da dietro la mia zanzariera alle quattro di mattina lo scongiuravo: fa che l'attacco di panico termini, è un drago di fuoco, è tutte le fiamme dell'Inferno trasfuse in una sola sferzata. Mare, fa che io abbia la leggerezza dei marinai, perché tutta la vita intrisa di dolore, sporca di peccato, e mostruosamente agghindata di bellezza inimmaginabile, io me la sento scorrere tutta quanta nelle meningi, con tanto di ciottoli taglienti. Le mie meningi Signore, sono un vaglio, un filtro e tutto passa là dentro: Clacson di bus, odore di salsedine, pianti di bambino, carezze di madre, Mare, solleone, volte celesti, e come posso, Signore sentirmi pervasa da questa gazzarra inudibile ogni istante della mia esistenza senza ammattire? Io sento ogni brivido capillare di Madre Terra coi miei sensori, sapeste che bellezza! Ma nessuno immagina il dazio che pago: destabilizzata, vacillante, relegata in un Hortus Conclusus, per poter osservare la vita, nelle sue forme più licenziose o più imperiosamente pudiche evolversi, avere luogo e Scriverne. Scriverne, ma a chi? Pochi intenderanno, la maggior parte fraintenderà sistematicamente. Ma io ho scelto, ho optato per la strada piena di fosse, mi sono ficcata delle spugne che s'incuneano ora tra cuore e meningi al fine di poter assorbire anche il volo del gabbiano e tradurlo, per quanto mai possibile in Parola. Ho chiesto al Mare requie, ma l'esito è stato negativo: all'orizzonte senza fine che lo congiunge col cielo solcava, una barchetta comprensiva di Lampara rossa e occhieggiante, ho saputo decifrare il segno: Lumini per anime disadattate, il faro che orienta i dispersi. Come i lampioni arancio-tristi. Quelli che traslano la tristezza dei reietti e dei disadattati refrattari in malinconia più flebile e foderata: semivivibile, l'attimo prima dell'accasciamento totale. Neppure il Mare mi ha estinto un qualche Demonio dal petto, anzi mi ha sorriso sinistramente. Eppure in quell'attimo stavo bene, i miei sensi erano incastrati adeguatamente nelle loro sedi, nelle ubicazioni utopiche: non s'azzuffavano. Così ho sussurrato alle onde "E' controverso, ma sono in pace. So che il mio ruolo è questo, tradurre l'universo, la meraviglia, l'amore , e la brutalità, ogni singolo aspetto, anche minimo che caratterizza l'esistenza, in Parola interpretabile. Creare l'illusione e fenderla di lucidità mentale, quel tanto che basta per distaccarmene e rendermi conto di essere un'essenziale gran mentitrice, con l'attenuante, che ciò che creo alla fine lo credo in parte vero anch'io. E mentre parlavo, la barchetta con la lampara, ha destato in me la rammemorazione del "Battello Ebbro" di Rimbaud. Ci siamo incontrati innumerevoli volte con Art, sì... lì, nell'inferno. Ma lui sorride, se la passa bene -dice- coi poveri diavoli come Lui. L'immenso Art, che se n'è fottuto e ha attinto dagli inferi la loro escandescenza più recondita, che solo Orfeo che ammansiva le fiere aveva avuto il privilegio di scrutare e vedersi ardere l'anima sua stessa in quel lavico tumulto. E allora ho parlato cogli Autori, coi miei Dèi, perché lo so che un'energia ci collega, che un'interconnessione indecifrabile "per i più" ci unisce, e attraverso quel sottile filo di pazzia ho detto Loro "Posa non ne trovo, ma non fatemi varcare la soglia dell'infinito che calpestò Nietzsche, io devo rimanere ancora in questa dimensione, perché l'oceano eterogeneo che ho nel petto ancora non s'è placato e le sue nenie farfuglianti devono riemergere dal mio sudore, e farsi cosa viva, farsi Parola, dal sangue la vita, come il Ciclo vitale che la donna cova in grembo dalla notte dei tempi. Devo avere la lucidità, non ancora Luigi, la tregua al rovello della ragione non ancora, posponila, "più in là" come vuole Montale, che Gabriel lo sa che il mio "cuore ha più stanze di un (logoro e illuso) casinò". Ancora non è il momento propizio." E la testa mi scoppiava questa notte, come se il Parnaso mi si fosse conficcato nel bel mezzo della fronte, mentre tutto l'amore del mondo, l'amore latente degli Amanti, quello casto dello sposalizio, quello profano delle vergini vendute, quello rurale dei nomadi mi pervadeva e si espandeva copioso e caldo come un'orgasmo doloroso di esuberi amorfi. Le mie eccedenze emozionali a ondate, quelle cui Virginia Wolf è sfuggita con quattro sassi in tasca e che Katherine Mansfield andava elemosinando per pensioni e sanatori, come un drogato mendica un po' di Paradisi Artificiali. E dissi A Charles e Paul che l'Assenzio brucia se umetti una cancrena fredda, ma sterilizza e fertilizza nenie e "sragionamenti" meglio di qualsiasi altra rovina medicamentosa. Poi un treno ha solcato tutti i miei pensieri, col fischio remoto suo, che rammento nelle mie infanzie, che si propagava allora in notti settembrine afose per il Paese, facendomi rimembrare che il deragliamento dei sensi, ti congiunge sì con l'infinito, ma ti tarla e ti dissemina la serenità di fori e feritoie, ti rende brandelli la costanza e la contiguità. La realtà è che la Libertà è solo una gabbia chiusa di speranze. E ha un prezzo, molto più pretenzioso delle chiuse gabbie interiori, dei segregamenti. Perché l'illimitato per intravederlo non bastano cento vite, solo io posso esser così folle da tentare d'abbrancarmi a Lui in una vita sola e malcerta, " il malcerto mio Fuoco", attendendo che mi sbricioli, nel Mare.