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"Potrebbe essere un sogno meritevole, la voglia impellente di salire su un treno e non sapere, finché il mezzo itinerante non s'arresta al capolinea dove si è diretti? Così, andarsene in un posto senza un dove in testa, solo fuggire e osservare fuori dal finestrino tassativamente pieno d'aloni, il mondo che scorre. Di notte, un viaggio, tu e il treno e quello che c'è là fuori: nient'altro.

Tu e le luci delle case degli altri. Le case degli altri che vivono ignare e non sanno che tu da una locomotiva (in lontananza), vedi sfavillare lo sfolgorio della loro cucina. Vedi tremolare il neon fuori dalla camera dove qualcuno consuma il suo furore sessuale, niente invasione: da tanta distanza non si può violare, soltanto luce tremolante da scorgere, eloquente affinché tu capisca. Te ne accorgi che l'amplesso è in corso perché il balenìo luminoso tremola annuendo e acconsentendo all'unione di qualcuno, ma tu non scruti dentro, immagini e per pudore distogli lo sguardo dal promontorio al mare. Lì nel treno: e tutto fluisce, le luci delle auto in lontananza, lucette rievocative di chissà qual periodo fanciullesco. In treno soltanto tu e le gallerie che t'appaiono come serpi pronte a inghiottirti nel loro limbo di tenebra, senza sapere dove conduce quel vicolo cieco e repentino. Un viaggio senza destinazione, senza quella pesante ed estenuante sensazione che ci sia qualcuno ad aspettarti. Tu col cuore all'unisono con le rotaie. Che triste privilegio la rotaia: fiancheggia l'altra parallela senza potersela coccolare, senza cenni, senza sfioro, niente. Si costeggiano durante tutto il percorso ma non si avvicinano mai. Eppure insistono, caparbie a spalleggiarsi. Un viaggio soli, per lasciare le ansie sui bagnasciuga dei mari che ci transitano accanto, fuori dal finestrino. Un viaggio per osservare il cielo annottare mentre tu ancora prosegui, il sole si spegne e tu transiti imperterrito. Tutta questa voglia di correre e andarsene sempre a gambe levate... desidererei farlo un viaggio con te Alén, che duri un'ora o tutta l'esistenza non importa. Un viaggio breve edificato su attimi eterni, Alén. Per poterti abbracciare senza sapere in che luogo siamo, senza l'ansia frustrante che devi andartene o che io debba partire, esclusivamente un andare senza immaginare dove conduce quello sferragliare, mentre le nostre parole sommesse e soverchiate da semideragliamenti si disfano nei suoni del treno, tragli sbuffi e svaporando corrano lontano anche loro, tra le case laggiù oltre i comignoli, di notte Alén. Il buio, la luna riflessa sulle onde perpetue, osservandola noi, senza proferire, senza baciarci... a che servirebbe? Ci stiamo amando oltre ogni dove, ci amiamo per il mondo, sparpagliamo sentimento oltre il finestrino, facendolo giungere all'espressione di quella stupida bambinetta che continuerebbe a fissarci in una stazione qualunuque, tanto poi ripartiremmo. Senza la pressione e l'urgenza, perché niente deve finire, nulla ha avuto inizio, è un viaggio Alén, solo un viaggio. Un viaggio per sussurrarti senza essere uditi da terzi che lo so, delle tue lacrime, ma non te ne parlo mai. L'ho intuito e tu non ci credi, ma sorridi nervosamente se te lo dico. Ti tocchi il sopracciglio e tergiversi, non dici niente, mi parli del mare, del libro di tanti anni or sono, dell'utopia più recente, che sai che non realizzerai, sottolinei infatti Utopia con una cadenza strana, arrendevole, quasi sconnessa. E quando sragioni che c'incontriamo, è un attimo, un battito di ciglia. Eì lì che ti palesi: nel "non senso". Ti ricordi? Rammenti quando ci conoscemmo? Non ci dissimo le cose più importanti, per noi era essenziale soltanto un fiutarsi strano, un qualche codificarsi a pelle. Convertimmo dettagli, illusioni e sciocchezze, intenti irrealizzabili in pietre angolari di realtà. E io mi sarei giocata pure l'anima per un manciata di secondi con te, via da quel mondo asfittico, insieme. Avremmo fatto ritorno, ma più nuovi, nuova luce nei cuori, insieme. Avevi gli occhi stanchi e gonfi dall'amarezza! Perché? Sei tu che pretendi la comprensione dalle pulci! Lo sai infondo che non decifreranno mai i più, le tue idee strampalate a tratti, io sì però... ci accomunano. E non importa se te ne vai e non mi dici "ciao", se scompari come nebbia e fai ritorno dopo anni, Alén. Cosa vuoi che ti dica? Non è vero che si ama più volte, come amo io si ama una volta soltanto. Una esigua. Una smozzicata e ambigua. Una per sempre. Ci sono io a tenerti la mano quelle notti che ti svegli madido di sudore, che rifletti "ma che cazzo sto facendo? Dov'è il tarlo?", lo pensi ma non proferisci, lo dice il tuo tono di voce per te, mentre dialoghi di altro, ma la tonalità tradisce. Non è vero che occorre passare una vita insieme a te, quotidianamente abbarbicati alle tue camicie, per sapere di te, bastano attimi buoni e paff: le tue logiche scaturiscono subito, tra la gestualità e le movenze bambine raccontano di te. Le movenze fanciullesche Alén, quante volte t'ho visto smanettare col tuo sorriso ambiguo da bambino che ne ha combinata una grossa. E i tuoi lati neri, là dentro conservi ricordi di dolore zavorrati, soffocati dal tuo posticipare quel dolore nero, che a toccare una tua corda sensibile si rischia il linciaggio verbale. E' stato bello essere il serbatorio del tuo inveire, ho assorbito, ho compreso, ti abbracciavo perdonandoti, ma tu che ne sapevi Amore? Nulla, e penso che non avrò mai la forza di dirti, che quando mi chiedono perché nei miei occhi c'è tanta passione, e perché sembra che abbia la lava sotto ai piedi io risponda, e continuerò finché questo sogno onirico e seguitante di giorni si protrarrà, a dire "Amore, amore, amore, al di là di un immenso fazzoletto d'asfalto e di ciottoli, amore, amore, amore al di là della fraintendibilità delle parole, amore, amore, amore, oltre il concetto stesso di affetto, oltre la presenza, un semi addio corporale incuneato nella mancanza, amore... un'introspezione fattati tanto amata, come nessun altro essere estrernamente presente: amore, è fuoco, noi rosso rutilante e lava". E' il segreto, è l'adrenalina Alén, è andarsela a prendere una cosa se la vuoi, è andarla a cercare e combattere finché il sangue non si raggruma e mandare a farsi fottere ogni ipocrita convenzione, per qualche istante, un istante cos'è? E' piccolo, è esiguo e con queste parole non sto che guarnendone un quarto, un quarto di attimo. I nostri attimi li conservo tutti, credo in una sorta di teca che ho incastonata nell'anima, non so, qualcosa di simile, credo. Un viaggio in treno soli. Spariamo per mille secondi. Cosa vuoi che importi al tempo se lo deprediamo di un chicco di sale, se lui domina il mare? Furono i tuoi polsi, tanto tempo fa a muoversi in modo strano, un picchiattare d'indice sull'orologio, non desiderai altro che baciarti dopo quei riti consueti, per gli altri. Baciarti per tutta la vita intendo, finché la lingua non sarebbe stata più utilizzabile per il verbo, come se fosse un dono dedito all'arte del bacio e a null'altro, del nostro però. L'Amore lo feci, amando sempre il concupito, andandomene sistematicamente con l'amaro in bocca, sempre scontenta, l'orgasmo non mi interessava, non quello, io voelvo il nostro psichico. Quell'intendersi fulmineo in cui anche il gesto integrativo più semplice si minimizzava a sovrastruttura. Alén, ti ricordi? Bastava sfiorarsi. Alén sapessi le notti buie. Ho paura, ho un ordigno dentro al petto, che solo allo scoppio mi consente di narrare, e che raccontereii al mondo se non stringessi tra le mani l'illusione che forse mi vuoi bene anche tu, a modo tuo, a tratti inesplicabili. Ma recide serenità un'ordigno con la sua orda di fili ingarbugliati. Di te non perdo nulla, perché del tuo male un pezzettino me lo voglio portare dentro, cosicché quando tocco altra carne che non è la tua il ricordo possa attanagliarmi e suggerimi, che non è quel tuo odore così singolare, che non è il tuo respiro a smozzarsi, anche in quegli attimi, ogni mano, ogni lingua straniera che non sia la tua, ti confesso mi farà sempre un po' ribrezzo. Non è un carnale possederti, è uno sfiorarsi piano tra cose non dette, è un ritornare a cercarti, un cogliere al volo i tuoi segni sparsi come tappe di una mappa, e sono così minuti e inintelligibili che devo estenuarmi per decodificarne anche la metà. Alén, in treno non c'è nessuno, son soltanto pendolari, loro tornano a casa, noi partiremmo soltanto per il paese più vicino, ma ci ammutoliremo, faremo finta di non sapere, e tu mi racconterai del perché i tuoi colori sono smodatamente suscettibili e neri, e perché s'azzuffano con quelli candidi e innocenti. Alén ti ricordi quegli sguardi di sbieco? Mi chiedo, ma te lo sentivi mozzare anche tu il respiro nel petto? Sentivi una lama reciderti la razionalità, era un automatismo istintivo, quella sensazione improponibile. Siamo rimasti soli tra la folla una volta, perché sorridevamo di cose che gli altri non recepivano, che non avrebbero mai, loro si fermavano una tappa prima, quell'oltre era solo per noi. E ce li eravamo lasciati alle spalle, estraniandoci insieme, solo noi, assolati. Un oltre che non c'è, un "non luogo" che non ci sarà mai. Eppure dimmi perché siamo così vicini, così paralleli? Perdonami Alén se qualche volta sfuggo, è per non pesare troppo, anche le piume constano e sono munite del loro peso greve se poggiano sulla coesione acquatica del nulla. E' notte ora e penso che tu dorma malissimo, dall'altra parte del tuo mondo, sogni sereni non ne hai, anche se hai radici ben affondate nel suolo. Sei inquieto e sudi la notte. T'ha morso pure a te la tarantola? Non ti passa il tremore, sei drogato di troppa vita, vai in overdose esistenziale, non urlare, non urlare, sono qua. Avevi ragione in merito alla mia follia, eppure credo di non aver mai avuto tanto affetto per nessuno, non so arrabbiarmi con te, sono incapace di reagire freddamente, ma questo non lo saprai mai, Alén... le vedi le stelle? E l'alba filtrare dalle persiane? Sì, lo so. Fa male per quelli come te, quelli che capiscono troppo sono i figli "appesi ai pali del telegrafo", sono i non figli, l'oltraggio al ripetersi, gli emarginati fortunati, emarginati dal marciume, gli eletti, ma pesa Amore, conscia anche di ciò. Un viaggio in treno, rasentando il mare a occhiate, lì a riempirci gli iridi, mentre il sole lo carezza ed esalta d'oro quei cavalloni tumultuosi. Odi i lacerii e gli schiamazzi forti, ti proteggi col pudore, con un'enfasi naturale di ritegno. Sei una creatura che non potrei mai odiare, sarebbe come mordermi a sangue caldo un braccio e strapparmi bocconi di tessuto e sangue coagulato insieme. Non ti ho mai detto che adoro il rosso, o forse sì? Il rosso sangue più precisamente: penso che in una vita precedente sarei stata una buona profanatrice di tombe, non so perché ho un'idea perversa delle cose, che riconducono tutto al rosso, alle fiamme, alla lava. Contamino tutto di peccato, una vena licenziosa ce l'ho. I satiri, imputo a loro ogni colpa e ogni influenza. Ma tu chiamami sempre, paradossalmente sarò ad un passo da te, non importa se altre mille ti sorrideranno e toccheranno i tuoi lembi di pelle, io ne ho uno d'anima, una stralcio d'essenza tua, ed è il mio tesoro più grande, mi appaga totalmente. Con me non cadi, ti reggo. Con me la spiegazione non serve, un ammutolirsi tuo vale tutta la retorica eloquente dei latini, anche Cicero, tutti uno per uno. C'è sempre la tua fiammella sempiterna a smuovermi repentimente il battiti, ad alimentare adrenalina. Ricordi Alén, un attimo è sufficiente, un secondo è bastato, un odore flebile a spezzare qiel confine di diffidenza labile. Un viaggio in treno, lasciando per stazioni e marciapiedi a marcire le preoccupazioni, ad accalcarsi insieme al sudiciume che corre lungo i binari, insieme a quei relitti umani che vanno a puttane, nelle stazioni... Alén li osservi mai? Quei dispersi alle stazioni? Il sesso, la carne gli rode come gli appestati se non chiavano, non è tanto la smania del possedimento della femmina, quanto un secondo d'orgasmo per dilazionare le preoccupazioni, mi fanno pena. E i muri imbrattati nelle stazioni? "L'orrido repertorio operistico" dei reietti. Si siedono accanto a me sulle panchine talvolta in città, sai Alén? Uno di loro un giorno mi disse ad occhi spenti "pensi sia stupido? Non arriverò ai quaranta... che cazzo guardi, stronza?" Io non inveì, gli comprai un hot dog e me ne andai. Lui lo prese e sorrise nel mentre, aveva capito. Alén, credo di non saper fare granché di pratico e di utile realmente, ma vorrei imparare a Scrivere e a cogliere tutto quel marciume e sudiciume sparso per questo mondo-menteca e catalogarlo in un caos più ordinato, categorizzare quel lerciume e convertirlo in Parola, in sensazione tattile. Amo la sensorialità, forse non abbiamo mai discusso neppure di questo, questi universi inconciliabili! Te lo scrivo Alén, e tu sarai il Vaglio attraverso cui filtreranno queste idee corrose che non mi lasciano requie, attraverso cui anche gli altri sapranno, ma prima di chicchessia, tutto giungerà a te dapprima, come sempre, come ogni pensiero. E' tutto contaminato da un bene fittizio che ha ragion d'essere tra i pensieri tumultuanti che la notte mi destano. Scrivo Alén, perché la voglia di vomitare è tanta, perché non credo più a niente e comprendo bene le tue disillusioni. Penso che gli Scrittori che venero siano dei gran fingitori consci che non è verità quella che elargiscono, eppure è tutto qui, è così tangibile e lapalissiano. Un baricentro tra realtà-menzogna: E' il perfetto, il meraviglioso. Io non credo più alla verità Alén, perché tutti hanno un senso della misura che si differenzia dall'altro, tutti siamo ammorbati dalle nostre fisime insindacabili, e qualche pomeriggio particolarmente uggioso, sembra che sia in atto una congiura tutta volta a farmi comprendere che non serve a niente, né queste parole, né le convinzioni, né gli addii e gli atti mancati, siamo niente e la nullità di cui sono imporporata mi grava addosso. Ma dal treno, anche il tedio viene svilito, degradato a malinconia, se l'osservi da lontano. Quei lampioni arancio-tristi che sembrano lumini funerei o boe fluttuanti per anime disadattate, emanano tristezza soffusa di notte, guardale Alén, intravedile tra le tenebre, non ci lasciano soli, fendono il buio per noi. Non accasciarti, ché tu sorridi così bene, come si conviene, con tutta la bellezza del globo incastrata tra l'arcata occlusiva dei denti. Abbracciarti sarebbe bello, e distribuire quell'attimo su tutti selciati dell'universo, in treno, un chilometro nulla più. Ti voglio bene Alén, non come agli altri, come ci vogliamo bene Noialtri, lo sai. E per quanto sia irrilevante, nei dolori esistenziali ti sono umanamente vicino, Alén." Disse Lorén, scrollando le spalle come dopo un brivido raggelante, il treno arrivò al capolinea in quell'istante confuso, e spaesata si osservò intorno: per qualche momento non seppe dov'era finita. Ce l'aveva fatta, anche per Lui.