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C'è una stella in cielo a destra, dopo il pino imponente che stormisce (o rabbrividisce?). Un vento trasversale bagna i muri delle case, riconduce all'udito mio rumori soffocati, provenienti dalle luci affoganti oltre il promontorio.

C'è un mare buio, oltre lo sporgersi di questo balcone, insieme a ricordi bambini seduti sulle scale, a guardarmi vergare questo foglio lattiginoso, smunto. Il mare è dirimpetto alla mia ombra, coi suoi colori azzuffati a questo cielo dilatato, privo di linea di confine che disgiunga le fattezze eteree da quelle equoree, incollate e ondivaghe. Un lampione dalle sfumature lontane e soffuse raccoglie insetti, mentre i sensori dei pipistrelli vanno in visiblio nell'accalappiare avidamente il banchetto. C'è una pace nei Paesi del Sud, un "nonsoché" di atavico e puerile insieme, un infantilismo troppo cresciuto che urge nelle vene. C'è un senso d'appartenenza strano tra le Cittadine del Sud, qualcosa di sparpagliato e ben dosato tra la voglia di fuggire, e la serpeggiante consapevolezza che ovunque tu vada, la tua anima rimanga incagliata qui: fra rovi spinosi e sterpi disseccati irruentemente. C'è qualcosa di ciclico nonostante gli anni, un rituale inesorabile, tra le faccie che s'incontrano di sabato nei mercati del Sud (d'estate), volti stravolti dal solleone e sudati, ma che si rabboniscono e si spianano amichevolmente nell'incontro casuale tra altre iridi amiche. L'accoglienza, mani tese e allugate a elargire ospitalità. La coalizzazione primordiale e imprescindibile tra le genti di Paese, se si sbuccia il ginocchio uno, se ne lagna l'altro. C'è uno sfolgorìo arancione e sommesso a costeggiare il lungomare, intento a produrre atmosfere agli imboscati laggiù in spiaggia, laggiù sotto lo sbarbagliare delle stelle. C'è un orto di notte, lambito da un vento lieve, da decenni si fertilizza e rinvigorisce col sudore di un nonno, col suo senso del rispetto e delle cose genuine, quelle di "attri tempi, figghia". C'è un arrangiarsi ponderato e saggio a Sud, che non si risconta in nessun altro luogo; suddiviso tra gesti semplici di zie che offrono pane caldo al vicino di vicolo, di nonne scalze che filano lana anche ad agosto inoltrato, di bambini impolverati e grondanti, coi nasi sporchi di pulviscolo, a caccia di mondi nuovi colle loro fionde rudimentali. C'è un mare che si inghiotte il mondo in una vertigine di sguardo, col suo boato di sterminatezza, che emana nella sua salsedine fragranza di pelli marinaie arse, e voluttuoso senso di nuoto e precisione di bracciate regolari. Ci sono sapori forti, olfattivi, che si propagano per vie e cortili, con venature troppo speziate di rosmarino e salvia, tramestio di posate, concentrate nell'eseguire magistralmente sinfonie perpetuanti oltre secolo. C'è la tarantella post sposalizio per dispersi-pizzicati e corteggiatori improvisati sul ciglio di una nota più audace. C'è un senso di fuga che coglie inopinatamente, rimandando il galeotto scappante dal troppo sole alle solenni ed estese foglie ombrose del fico, della quercia nerboruta. C'è poi un senso di stanchezza e inadempienza che viene a mozzicare le calcagna, una voglia impellente di chiedersi: "Cos'è mutato? Cos'è cambiato?  "L'anima che dispensa(va) furlana e rigodone" popolare a suon di tamburelli e rantoli appassionatii di ballanti, quelle nenie cantate a nipoti insonni e pargoli, quelle credenze intimorenti e da riderci un po' su con sarcasmo attutito, quel rispetto (vero) inoppugnabile, dov'è? Cosa l'ha estinto? Chi l'ha dissipato?". C'è un senso d'irrisolto che attanaglia e un riscatto di contegno nel voler raccontare alla nuova generazione la verità. Dir loro che non è vero che tutto è scaduto in un vuoto sentimentalismo, che un computer artificioso non può volgarmente rimpiazzare tutto lo splendore di quello che c'è stato, né uno schermo al plasma "new generation" (fail). C'è la voglia di narrare a questi figli inariditi che noi siam cresciuti differentemente, che le ginocchia ce le siamo lacerate per davvero sul cemento con bicliclette troppo grandi per gambette che ancora da quel sellino terra non ne toccavano (eppure insistevamo a cadere). Che le libellule le guardavamo ammirati e increduli posarsi sull'acqua stagnante delle "cebbie". Che abbiam rincorso grilli e lucertole tra fango e crepe nei muri, cogli occhi e colle mani. Che noi i nostri palloni li abbiam dribblati abbastanza, smadonnando come scaricatori se il pallonetto non ci riusciva (era questione di principio in quei cortili), inzaccherando calzoni nuovi e scarpe, pronti alla fuga imminente dall'eventuale rimprovero delle madri coese. La nostra parte di Rischio-ramanzina ce la dilazionavamo assumendoci le responsabilità, per poi guardarci di sottecchi e riderne (l'emozione solleticante della perseverazione errata), sapevamo che l'avremmo rifatto ancora una volta e forse altre mille. I nostri palloni che si inerpicavano su alberi troppo alti, e la sensazione di impotenza e poi appagamento quando qualcuno li tirava giù con un sasso: "l'eroe", assurgeva ad eroe chi vi riusciva. Non come su "fifa 2000" anchilosati ed annichiliti a ottenebraci le cervella, noi abbiam vissuto per davvero.  E non è banale, non è scontato. C'è una voglia di rimembranza: di mani attempate di nonna, che si accingevano a fare il bucato, quell'odore di sapone di casa profuso, ad ammansire il vento che sbucava dall'angolo, trascinandosi appresso olezzo d'erba secca arroventata. Quando arrivi a Sud t'investe quella voglia troppo grande di immergersi nel liquido accogliente dell'infanzia e nel silenzio (una placenta onirica di sicurezza e familiarità), quel silenzio che sale col suo sibilo assordante, un sibilo pieno e strisciante, fatto di "pigolio di stelle", rotto da sbuffi malinconici di treni in lontananza e di "gre gre di renelle". C'è un cielo "oltre le cimase" che s'incaglia tra le vecchie tegole sbriciolate da muschio arido. C'è voglia di starsene a piedi scalzi, coi talloni a mollo nelle pozzanghere. A Sud a maggio c'è "La Lanterninosofia" col suo spettacolo di lucciole oltre i valloni a squarciare debolmente il buio pesto, con il loro coraggio d'insetto si protraggono le lucine. C'è sempre una notte intrisa di pace e acqua brulicante in lontananza più speciale delle altri, a Sud. C'è la voglia di sedersi su queste scale nottambule a scrutare l'immobilità frusciante dello Scuro, in questo contegno di pacatezza fremente che dovrò lasciare parzialmente, ma che custodirò nella mia teca più preziosa e che mi mantiene in vita. Gli emigranti lo sanno, lo sentono, gli ammalati privilegiati di Sud, idem. C'è voglia di accovacciarsi su queste scale e augurarsi in un'illusione bambina che questa notte duri un'esistenza, o che un'esistenza valga una notte.