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A Como, tra la gente con dentro gli occhi i rimasugli celesti di cielo dei padri austriaci. A Como, a vedere se scorgo "Quel ramo", tra la gente slanciata dall'accento mellifluo io, piccola, con dentro la tarantola e il solleone dell'altro estremo di casa ero, distonia relazionata a qualsiasi cosa. Io, vittima di un egocentrismo al contrario, l'ho visto bene, il carruba di Montale: "Ero professore in Romania" disse biascicando con tre denti mancanti.

La mano gliela strisi a Como, al suo ritmo di sciancato nobile ho danzato con gli occhi, in sintonia colle sue mani attempate. A Como ponderano e dosano, al nord sono metodici, a Sud siamo incostanti e incrostati da un istinto che loro ripudiano: olezza di troppa vita d'anni addietro e sa di contadini e bastimenti, di danze popolari, di rasposo salino. A Como con l'anima assolata e rivolta al mare di casa, azzuffata con la dolcezza dell'acqua di Lago serpeggiante. A Como ci ho pensato, seduta sotto un albero altissimo e verde. Pioveva lui stormiva, D'Annunzio annuiva, io gli carezzavo le corteccia. Ho baciato qualche foglia. E le mie vene erano incuneate in quelle radici. A Como ho rifflettuto, con la strana sensazione saltellante e recidente a basso ventre, giungendo alla conclusione che non è vero niente. Tutto è bugia: questo mondo, le reltà, le collazioni tra logiche differenti e sensi della misura altrettanto validi: le antinomie che sviscerano ogni sicurezza. E da sotto l'albero, in preda al solito nichilismo pieno, guardavo tutta quella gente passare, ignara e falsamente inconsapevole che domani sia per sempre, che i loro figli siano tutti buoni, e che le mogli tutte fedeli, e magari che quel lavoro appaga. La gente s'accontenta come può, la gente si colora umilmente il proprio domani, con un tocco d'altezzosità come per marcare una certezza, che sanno essere non vera. Li guardavo con lo stesso sguardo di chi si avvicina piano ad un emozione per farsela amica, perché all'inizio è sconosciuta e spaventevole, i miei occhi faticavano arrancando sui loro volti, come se da una luce troppo forte ora dovevano abituarsi al buio, e un moto di dolore mi sussurrava che non è vero niente, che la vita occorre viverla e vale la pena gettarsi a capofitto solo per quattro o cinque sensazioni che rimarranno incastonate dentro per sempre, che riveleranno per un effetto domino disvelante tutta la concatenazione delle altre emozioni ancora celate. A Como ho avuto la conferma che se non scrivo scoppio, perché sette giorni pesano come macigni per chi dall'altra parte del mondo ode persino lo sbarbagliare del sole sul male, e una zaffata mi colpì in quell'istante. Un odore di cose andate che faceva capolino chissà da dove, fiori non ce n'erano, eppure era quello l'odore carezzevole e mieloso. Poi lo sguardo mi cadde vicino alle radici nerborute, e una formica trascinava un ape, mi accorsi. Allora mi son detta che è vero tutto, che è necessario osservare soltanto con occhio attento e per alcuni tratti abbondanti inquisitore, e allora il mondo narra di sé, e dei suoi sforzi di portarsi avanti oltre il suo stesso peso, escoriandosi e campando, comprensivo delle sue illusioni, delle batoste destabilizzanti, di una bellezza pari a qualcosa che si corrompe. Qualcosa che si corrompe. Allora a Como ho capito, che a me piace dissacrare, quel tanto che basta per sentir svaporare la purezza con uno sferragliare di treno e sentirla sbriciolarsi tra le mani. Gli spettacoli raccapriccianti dello squallore che giace sul fondo umano e riprovevole che ci portiamo dentro, bello traboccante. Ho visto un uomo a Como, aveva gli occhi verdi, una selva selvaggia negli iridi. Ho visto un Uomo a Como, da lontano era bello, di una bellezza enfatica che integrava a gesti, e nelle rughe gli vedevo i segni della vita che l'aveva navigato: sorrideva mesto e borioso al contempo, come un reticente che sa il fatto suo, ma non proferisce per contegno nei confronti di una bugia essenziale. Mi avvicinavo e la bellezza di lui sfumava, si dissipava e diventava vecchiaia fracida, questo perché lui si annoverava nella categoria delle cose "belle da lontanto". Le cose vanno osservate da tutte le prospettive impercettibili e mutano, or son belle, or orride, come se accettassimo di acquistare lati candidi e lati grotteschi dell'altro. C'era una scalinata a Como. Mi stesi, il cielo lo osservavo all'incontrario e gli uccelli solcavano a testa in giù il cielo, fendevano viceversa. C'è una strana natura nelle cose, una ancora più singolare negli irrequieti: non si sta mai bene da nessuna parte, anche il paradiso è esiguo e aderente. Ma basta una panchina, è sufficiente sdraiarsi sotto un albero per ritrovarsi. Abbiate pietà per il reietto, coccolatevelo con la comprensione, il tedio pesava troppo, troppo flebile il suo groppone. Il Nulla tenta di riportarci sempre a casa, sempre nella teca d'argilla, sfuggite come bestie abbrancate, con gli occhi spiritati, guarnitevi le pupille di dettagli, il filo dorato che cinge un fiore, quello che cambia gli universi. Fate rumore, abolite definizioni e ricaricatele di tremulo e precario significato: che non vi inghiotta, che vi rispami il nulla, sovvertite. Andate a reclamare le vostre prospettive. A Como ho capito, che la ponderazione è a Nord, L'Istinto balla furlane, tarantelle e riogodoni a Sud.