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Qualche volta la rabbia mi inghiotte, il visto si distorce, in simbiosi con le budella che sembra si contorcano a basso ventre come serpi. E' stupefacente come la pupilla si dilati per fagocitare immagini e in realtà non distingua nulla, fuorché un affastellamento di potenziali spigoli su cui sfracellarsi le nocche, finché il tessuto epiteliale, privo di sostegno rimanga slabbrato e molle, e il sangue raggrumato e frammisto a male nero si coaguli su una superficie irregolare.

Rabbia che mi offusca gli occhi, una patina d'urlo spessa che mi altera l'aritmia. Rabbia che digrigna i denti, suppura bastarda sin dentro ogni capillare, la sento scorrere e fluire, finché non causa una voglia di sesso carnale, urlante e prorompente, fino ad agognare di veder sgorgare sangue e piacere dal labbro gonfio dell'altro, fino a sentire il sapore emo-metallico, aspro e rasposo sulle mie papille gustative imbevute, come pegno di un raggiungimento perverso e dissacrante. Una contravvenzione qualsiasi che disarticoli questa razionalità greve e limitante. Rabbia repressa nei confronti dell'indifferenza che m'assorbe e mi sfianca, rabbia vivida e pura, non grezza, ma come cocaina raffinata, come assenzio distillato su una ferita non rimarginata. Rabbia, perché fuggo dal paradiso per accovacciarmi in un inferno brulicante d'infermi e nichilisti, e reietti e fottuti disadattati. Rabbia per la collazione automatica del barbone che sorride col benpensante in smocking a coda di rondine segregato nel suo vittimistico compiacimento di viziato, che arriccia il muso. Rabbia perché quando scrivo realizzo periodi troppo lunghi. Rabbia perché son in molti ad amarmi, ed io elargisco prettamente al fustigatore. Ira funesta perché la lobotomia culturale e la teconologia prosciugante ci hanno condotti alla depravazione e all'inaridimento sentimentale, rabbia perché non è l'era della comunicazione, quelli erano i Latini. Rabbia perché Pirandello non l'hanno capito, ancora si ostinano ad impararlo, e lui muore centocinquanta volte per quei quattro pupi che inglobano brutture e pappardelle e di Girgenti e del Caos ignorano tutto. Adirata perché la gente giudica e addita anche la purezza svilendola a marciume, rabbia perché sono nata all'incontrario e tutto quel fumigoso dolor che attraversa il globo mi si è incastrato nell'anima. Sofferenza, poiché la malinconia non smette di inseguirmi e la mia solarità s'affievolisce attraverso un soffio di vento appena percepibile. Perché sono un'insoddisfatta anche se la luna si prostrasse leccandomi i piedi e perché consto di un'autostima buona per ficcarmela esclusivamente su per il culo. Orrore perché la bellezza che vedo è acuminata e mi strabuzza gli occhi mille volte al giorno. Perché il tedio dell'esistenza è leggero come piombo e velenoso come il mercurio. Rabbia perché ciò che credevo vero mi si è sbriciolato tra i polpastrelli e perché la mia generazione tenendo conto di eccezioni ipotetiche e non fondate s'è bevuta il cervello, ha obnubilato il significato di campare e vivere, barattandolo con le parole "internet" e "minchia_cazzo", con un abuso sporco della parola "cioè" quando sarebbe stato necessario un "forse". Stomacata dall'altezzosità e dalla protervia dalla gente che non si ravvede che non prende coscienza d'essere insignificatamente nulla. Stanca e spossata e sconfitta, perché la Mafia si chiama Stato e perché ha acuito la cancrena della mia terra. Nauseata dalla mia incostanza, dal mio bruciare troppo in fretta, da quell'arroventato muoversi che ha a che fare con le danze antiche degli indigeni. Confusa dalla mia avversione per i monili e per l'empatia nei confronti di una grondaia poco battuta dal sole, o per un ramo nerboruto in sporgenza. Intontita dal mio amore per le luci soffocate nei vicoli, piuttosto che per gli ori e gli amici. Amareggita perché il caos che dentro mi gorgoglia e tumulta assottiglia vistosamente il mio senso della tolleranza per i rumori laceranti: un clacson di un bus mi conduce a imprecare. Inorridita dai conniventi e dagli infingardi, dagli incolti, dagli astemi di Letteratura. Arrabbiata amante delle parole, che hanno decretato il mio disadattamento vitale, ma io non voglio tornare indietro: il viaggio a ritroso neppure esanime! E fiumi di sangue mi scorrono dentro, e un braccio me lo lacererei soltanto per udire strapparsi la pelle e sentire scricchiolare le ossa per lo stupore. Conati di vomito e misantropia, amo L'odore d'inchistro! Non è vero niente, è tutta una grande bugia navigante quell'Amore cui vi riempite le "gargie" ce l'hanno svilito oramai, l'hanno minimizzato a "ferormoni" ad "alchimia" "a chi me lo fa fare" a "cchimmindifuttu" e voi non fate come me, omolagatevi, io non posso, sono incapace, io ci credo ancora. Io me lo ritrovo nelle albe e nei bambini che mi salutano dal tram coi visi che tradiscono un'innocenza limitata, perché l'umano è corrotto e corruttibile, è degenerante "L'atomo opaco del male". Rabbia che mi reclude in una vertigine blu e sento l'anima mia che fruga se stessa e sfugge, scappa, scalpita e il cuore incaparbito e incaponito segue un calpestio che non raggiungerà mai, mentr'io arranco e inserisco accenti alla cazzo perché mi piace la fonetica e non la  cacofonia; e trasgredire, adoro. Osare non ne parliamo. Che v'aspettavate da una pagliuzza che stabilisce di viver la propria rimanenza in bilico sul braciere? Il rischio ha il sapore del macello e il rumore del crollo!