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Se il tichettio pulsa troppo in fretta non mi rimane altra scelta che destarmi. Le carni parzialmente intorpidite dal sonno pesante, arrancano anacronisticamente dietro la moltitudine di pensieri.

Il ticchettio si protrae come un ossesso al mio interno. E' come se la mia essenza riecheggiasse di un calpesticcio continuo e assordante. Inizio sempre a Scivere senza sapere di quale argomento parlerò precisamente. Ci sono persone che nascono con delle facoltà eccezionali, intelletti sopraffini, menti eccelse. In cui io obiettivamente non m'annovero. Ci sono poi soltanto i folli, i malati di troppa vita, quelli che non sanno più coesistere con l'esistenza, perché quest'ultima li soggioga e li schiaccia un poco. Sono quelli che il dottor Bukowski definirebbe "gli spiritati, i pazzi, i fottuti, i diversi". Qui mi annovero. La notte posso emergere senza dare troppo nell'occhio. Il nero cela sempre, il nero snellisce e sfoltische anche le anime sgargianti, non solo le masse corporee. Di notte mi sento a mio agio, sola col mondo, sola con qualcuno che non c'è. E' così astruso come gli individui che non sono quotidianamente presenti nella nostra esistenza, sovente ricoprano un ruolo così rilevante rispetto a quelle con cui passiamo le ore. Si possono trascorrere le ore, con le persone assenti? Ho trascorso più vita e rogne con loro, che con quelle che mi fiancheggiano a destra. Di notte intraprendo dialoghi semi vuoti che non avranno mai luogo. Mi stillo le cervella per scovare la parola giusta da proferire in un'occasione immaginaria. I miei scritti son sempre privi di un soggetto consistente, "io scrivo a ritmo, non a trama" disse la Woolf che poi s'annegò nel ritmo delle onde, onde turbinanti di un fiume. Lei voleva catturarle le onde: il movimento perpetuo per eccellenza, che mima e mappa le antitesi della vita, ci riuscì a un grande pezzo, forse troppo poco modico, rispetto a. E' che ci hanno gettato in questo mondo come cavie, nessuno ci illustra mai come proseguire, ci han plasmato da un nulla siderale di molecole guizzanti e ci han detto "incamminati, costruisciti il sentiero". Con quali materiali dovrei edificare il mio? Sono composta da dispersività e scunclosionatezza, e l'insicurezza impiega tanto tempo prima di solidificarsi a dovere, qualche ciottolo arso dal tempo  non è sufficiente ad asfaltare un selciato robusto. Così immagino gli alberi che si stagliano nerboruti e possenti, ben radicati, solenni, fermi e li invidio. Io, io che son stata sempre una canna al vento, mezzo fluttuante, una fiammella troppo vigorosa, ma che si estingue soltanto se un fiore olezza nella piastrella limitrofa. Così dialogo con te. Con un "Tu" immaginario, almeno Montale poteva far leva sulla sua Irma Brandeis, ma io? Ancor meno, io ho il nulla vacante. Ma irrilevante tutto ciò, purché mi consenta con te il dialogo. Esisti in un ritmo strano, ti evolvi mentre io batto i tasti e narro. E' che ho umanamente bisogno di inventarti, perché io son sola. Ci sono differenti modalità per sentirsi soli. Apparentemente si gode di una vita sociale cospicua e proficua, e la mia convenzionalità si è ben installata in questo grigiore, ma nell'intimo son sola. Nessuno capirebbe e non è un vittimistico compiangersi, tutt'al più una sorta di desertificazione d'anima è ciò che percepisco. Ci sono vite che si giustappongono per pochi millesimi di secondo, quel tanto che basta perché ti contagino e continuino incessantemente a sopravviverti dentro: Esistenze parassite. Che chissà poi di che s'alimentano se il contatto è flebile. Misteri della vita. Scrivo anch'io a ritmo e l'autobiografismo non m'aggrada particolarmente, ma è un autobiografismo estendibile, che attornia più anime. Mi racconto narrando anche di altri. Poiché son convinta che la mia solitudine sia molto popolare tra gli uomini. Soltanto se ne discute poco. C'è chi preferisce illudersi di cacciarla disquisendone con amici, chi tenta di relegarla nel dimenticatoio, chi sorride per inerzia, chi piange e si sfoga momentaneamente, lagrimando sangue. C'è poi chi ne scrive, sperando di trovare una corrispondenza che non avverrà mai. Faccio parte della categoria di questi ultimi. Caro genere umano, consti di anime così folli. Gli scrittori ad esempio, agli scrittori prudono sempre le mani, smanettano e strimpellano, zigzagando pantomime e forgiandosi una gestualità pur di comunicare anche con un scoglio roccioso, un contingentismo illusorio-materiale. Gli scrittori che spesso desidererei coccolarmi, cullarmeli come figli, far da madre ad anime di disadattati che partoriscono pensieri sconclusionati. San bene quanto è greve il peso del pensiero Loro, quanto è recalcitrante e inondante il buio cosmico che li cinge e in cui attingono estro. Non sanno vivere in pace, un equilibrio non ce l'hanno, semmai lo trovassero furtivamente, in una sorta di doppiogiochismo autolesionistico se ne sbarazzerebbero seduta stante, non riuscirebbero a vivere in altro modo, è la loro strana natura. Talvolta, si entra in taluni circoli viziosi, in cui si impara bene a sopportare, in cui la propria aritmia cardiaca acquisisce un ritmo accelerato e si abitua, come se dovesse sempre scappare da qualche perigliosità, nonostante non vi sia da temere, così si imboccano consuetudini devianti, ci si abitua ad ardere, la pace diventa un mito remoto, e ci si costringe a osservare la vita evolversi da migliaia di anni luce, come spettatori che si autoimpossibilitano la partecipazione, eppure vivono appieno, ardendo... e D'Annunzio ce lo conferma. Scordiamo cosa sia la calma, e lo stomaco non diggerisce mai correttamente, ingurgitiamo avidamente, sempre di corsa, errando a destra e manca, fuggiamo e ci fermiamo quando il corpo manca dell'energia necessaria, quando il fottuto combustibile si dissolve, e la bile si contorce con budella e anima frammista. Quando si intraprendono questi tunnel, la lentezza viene scordata. Correre, bruciare, annaspare agognando mete inesistenti o provivisorie, mezzo parziali, sì appunto: sconclusionati. A questo sfuggire da galeotto si contrappongono poi alcune vaghe soluzioni. Io ho reagito inventandomi questo "Tu" immaginario. Non è una componente così desueta nella mia indole. Vivo d'immaginazione, anzi essa di me, più propriamente, mi ha trangugiato anche l'ultimo barlume di ragionamento. Nessun "Tu evangelicato", nessun Amore perfetto, nessuna aspettattiva, anzi qualcosa di irremovibile. Così, esattamente dietro l'irremovibile, l'ineluttabile si può bramare allegramente tutta la vita, esso permane. Probabilmente non tutti i fini sono fatti per essere raggiunti, non è una regola scritta che ad ogni cosa bisogna ottemperare, perderebbero poi di rilevanza alcune mete, sporadicamente occorre incamminarsi verso il dunque, sapere che l'obiettivo è lì lì, convincerti relativamente che stai quasi per arraffarlo, mentre un secondo dopo ti volti convinto per accertartene, e realizzi di essere inadempiente, invece. Allora ti affanni, ti sfianchi, ti rivolti affranto, ma un mezzo sorriso quasi macabro ti colma. Avrai ancora tante possibilità per assolvere al target prefisso, il che implica seguitare ancora, e in questo seguitare a mo' di "sabato del villaggio" versione perverso-alterata t'incammini e avanzi. Così l'obiettivo bussa alla porta delle tue notti, e per liberarti dal suo rovello, s'innesca il sistema soluzione, che ti costringe incosciamente a sopravanzare, e magari principi a scrivere per liberarti dal "fantasma che ti salva". Ma della salvezza tante volte se ne fa a meno, si preferisce l'anima girovago-intangibile. In realtà piace un po' a tutti incasinarsi la vita, amiamo crogiolarci nella rogna di turno, in quelle mezzo ossessivo compulsività deliberate. Perché dobbiamo forzatamente pensare a qualcosa, perché siam stati plasmati per fuggire, sempre... scappare incontro al masso che ci spiaccica temporaneamente addome ed utopie. Ah, la ciclicità della Storia che si ripete, Gioacchino da fiore aveva visto lontano, oltre la coltre oscuro-medioevale. Ma ci ripetiamo non soltanto nelle azioni eclatanti, anche nel breve vivere, ognuno a suo modo esegue una danza ritrita dalla notte dei tempi: sopravvivere. Si ama fare sesso, non tanto per il piacere fisico occasionalmente, quanto per raggiungere l'obiettivo: l'acme, il culmine, l'apice: quell'apogeo che ci consente di balzare nel cielo lacustre o nel rosso-sanguigno di Paolo e Francesca. L'obiettivo è quello, raggiungere un orgasmico esplodere, e si esplode sempre, in una maniera o nell'altra. Implodere è il problema, non denudarsi è il problema, svincolarsi e danzare in costume adamitico la soluzione temporanea. Siamo intrisi di un'onnipotenza apparente e siamo poi così tanto fragili. Deprechiamo un "Dio Farcitore", che non appena ci ritroviamo col culo che rasenta il manto stradale deprechiamo nel senso proprio del termine. Quanto siamo piccoli e ipocriti, quanto infidi e figli di puttana, quanto amiamo fino a logorarci le anime, quanto siamo immensi quando ci ingegniamo per far sorridere chi ci sta a cuore, quanto teneri nell'osservare i tramonti che rievocano in noi la dolce malinconia della caducità, e quanto ottusi e meravigliosi nel credere che domani sarà migliore. Caro "Tu" immaginativo, "La critica NON pensa da me depistata che il mio Tu sia un istituto". Perché sei tu, e non io. E' a te che mi  rivolgo, rivolgo felicemente le mie notti, e le mie parole. Tengo a te in modo tale, da dare anche la vita pur di vederti sorridere, mentre con chi mi vive accanto son sempre così schiva e restia. Forse perché penso che tutto mi sia dovuto egoiticamente in taluni frangenti oscuri, quando l'essere poco umano ch'è in me ottenebra le sensibilità, poi dopo mi spalanco per donare munificamente a chi s'assiepa intorno al mio vivere tanto di quell'affetto, da autodepredarmi. Mi depredo volentieri anche del cuore per gli altri. Soffro di malattie strane caro Tu. Non mi conosco affatto, e il baricentro sai, non ci tengo neppure a raggiungerlo, la stabilità sarebbe la mia morte. La staticità... equivarrebbe ad un suicidio utopico, eppure il mio obiettivo è quello di raggiungere un "centro di gravità permanente". Che si corrisponderebbe irreversibilmente con la mia fine, con il sipario che scende, mentre io devo sopravanzare, non per desiderio, per necessità. Ho imparato a non dare molta rilevanza alle persone che entrano nella mia vita, ho acquisito una consapeolezza macabra, lugubre se vuoi: tutti mi lasceranno, ma questo non mi fa più male perché ho imparato ad essere parsimoniosa, a investire l'essenziale e a porre un freno inibitorio alle eccedenze d'affetto. Sono nocivo-corrosive. Poi alla fine ci casco ed imprimo tutti nella mia anima. Così quando i rapporti si deteriorano per forza di causa maggiore, perché è una costante della vita, perché tutto è soggetto al danneggiarsi lento dei marosi temporali, io cristallizzo ognuna delle formichine che è passata nella mia anima con un certo sorriso, o le rimemoro in una certa posa a me gradita. Possono anche farmi del male, non è importante, io ho acquistato oramai e trattenuto da loro il buono di cui mi han fatto dono anche incosapevolmente, il marciume lo espongo al dimenticatoio, rimpiazzandolo con altre componenti positive, qualche espediente per vivere occorre anche utilizzarlo. Sono un'ottima stratega, riesco a flagellarmi come si conviene, per poi resuscitare quando la "musa appollaiata", in questo caso Tu, torna ad ispirare le mie ore notturne. (Il Tu immaginativo si annovera fra le mie tanti voci narranti: Un Tu immaginario per sentirsi meno soli, una voce narrante per parlarsi e conversare coi propri Sé. Soluzione? Alcuna! Almeno evitiamo di morire azzittiti!)