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Cassie scelse l'alba per piangere. Il cielo freddo-artico veniva smorzato all'orizzonte da lacerii di nubi poco pronunciate nel crepuscolo. L'alba è un frangente ideale per lagrimare, perlomeno per lei era così.

Si sentì completamente desolata su quel terrazzo, i palazzoni si stagliavano con possanza, contro il cielo e contro di lei. Lugubri, nottambule imposte denunciavano i torpori soporiferi e calmi degli inquilini. Quell'ammasso raggelante di sovrastuttura la fece sussultare, si sentì vivere assolata dal mondo, come se i suoi dolori si frangessero contro quelle finestre e rimanessero appiccicate sulle lastre di vetro, condendensando... senza penetrare nell'umanità di quelle case, sui vetri lacrime e goccioline cerulee. Cassie agli occhi altrui soffriva per sciocchezze, era necessario un nonnulla per farla esplodere e arricciare le labbra. In verità non era esatamente così. Più propriamente lei accumulava, e successivamente, quando il tedioso martellare del dolore si accalcava, un barbaglio più tagliente degli altri innescava un effetto domino di dolore, che sentiva sistematicamente propagarsi persino lungo le unghie. Esattamente come quella mattina. Accese una sigaretta, senza neppure rinfrescarsi la bocca con qualcosa di dolce. Si sentiva la lingua stopposa e secca. La nicotina creava altre coltri di aridume. Ad ogni modo l'accese. S'accasciò col pigiama ed un giubotto addosso per ripararsi dal freddo mattutino, più grande si sei taglie: era il giubotto del padre. Era un fagottino antiestetico rapportato con la linearità solenne ed austera dei palazzoni, raffrontata con l'immanenza del cielo pastello, con quegli occhi dormienti e sereni degli inquilini, era in disappunto persino collazionata con quel silenzio immoto che caratterizza le albe ed il loro evolversi. C'era poco da fare: era anacronistica ed inappropriata in qualsiasi contesto: una stella che s'ostina a baluginare dalla parte sbagliata dell'orizzonte. Cassie piangeva perché al suo interno permaneva una disarmonia troppo accentuata, affetta da un meccanismo che le impediva la serenità. In lei niente fluiva normalmente: né le sensazioni, né il dolore, né le gioie sporadiche e catturate da poesie desuete. Era come se il fluire dell'anima, eterogeneo in tutti gli individui e contrassegnato da differenti gradazioni, in lei si condensasse nel sol punto di un tubicino, sottoposto ad una pressione che inibiva lo scorrere. Accadeva dunque che ogni emozione si ispessisse, senza riuscire a transitare nel flusso canalizzatore. La vita si raggrumava stantia e poi esplodeva di getto, come un guizzo inarrivabile, uno spruzzo orgasmico e lattiginoso. Così piangeva, e sfogava, evacuava gli esuberi, che l'avrebbero imbarazzata precludendole eventuali interazioni con gli umani. Adesso piangeva specificatamente perché poco prima dell'alba i pensieri l'avevano ricondotta all'episodio accaduto nel parchetto che generalmente frequentava, quando il grigiore universale della città le aderiva stretto e la fumigosità dei tubi di scappamento delle auto era irrespirabile anche per i fili di gramigna sparsi e malaticci intorno ai marciapiedi. Così quel giorno aveva risolto d'andarsene al parco, senza compagnia, priva anche della presenza di se stessa, sola. Da lontano intravide sedersi su una panchina malridotta una ragazza madre. Poco più che diciottenne Astrid era già madre, sola anche lei: il suo bimbo dagli occhi cielo non riusciva a tenerle compagnia nonostante si affannasse ad ostentare sorrisi smaglianti, ed a raccogliere fiorellini gialli e rinsecchiti dallo smog, per poi donarli alla madre che con lo suardo smarrito nel vuoto, rivolto apparentemente al selciato bofonchiava senza cognizione "Kevin da bravo..." e si adagiava sulla panchina, scoposta, un po' volgare con quel rossetto scarlatto e sbavato agli angoli della bocca. Mentre il bambino trastullava i suoi ignari minuti tentando si strappare della gramigna, prettamente ai bordi di un'aiuola. Nell'intercorrere Astrid si cacciò dalla tasca un pennarello nero, scribacchiò alcune frasi. Dopodiché strattonò malamente il piccolo  e lasciò la panchina col suo fare assente. Cassie osservava incuriosita, le piaceva scrutare la vita e la gente muoversi, gesticolare, comportarsi bizzarramente: vivere insomma. Ma non la gente solita, i suoi oggetti di studio visivo erano persone semplici, spesso contorte, spesso poveri diavoli ai margini della società, quegli incompresi a cui era stata sbattuta la porta in faccia dalla società ben pensante e vestita di tailleur, quella che viaggia su chayenne e che maleodora di fumo di sigaretta e burocrazia. Cassie si sentiva meno sola in quel parco, più beneaccetta. Dunque, assidua frequentatrice di piccoli inferni slegati dalla società, conosceva ognuno di quei rimasugli sociali, di quegli spiritati che aleggiano senza che nessuno se ne accorga, se non altri vacui fantasmi di quella risma. Si approssimò verso la panchina, incuriosita dallo scrivere di Astrid. Fu lì che lesse, lì che s'escoriò: "Qst vita mi fa schifo, è stato un errore, un orrore lui, così piccolo e così impedente: non lo voglio. E i soldi mancano, non posso neanche permettermi la roba e tirarmi un po' su, xké continuo a vivere? Andate affanculo tutti!!!" Sobbalzò, le sue scarpe consuente e scarabbocchiate da aforismi latini, ( le piaceva particolgeggiare ogni cosa, anche le suole), erano state umettate dalla brina presente copiosamente sulla gramigna, a ridosso dell'aiuola limitrofa. Non si pronunciò. Il vento ora s'era levato, le scoponeva i capelli e le faceva gocciolare il naso, ma non profferì. Così lei assorbiva il dolore, una maschera inespressiva avvolgeva un volto impassibile, mentre il suo interno si crepava, perché veniva reciso sempre un filo di tolleranza nei confronti di quel mondo, e la cancrena si raggrumava come fiele nel suo flusso canalizzatore, sottopressione. Tornata verso casa si imbattè in un rosaio, con scrose le rose, notò esclusivamente le spine, e altra gramigna ai bordi del terriccio, stonava quell'erba onnipresente in quel bello ostentante contegno. Recise una rosa a mani nude. Le spine le si conficcarono doverosamente nella pelle, penetrarono poco, ma lei strinse la morsa deliberatamente, cosicché delle piccole venature rosso rutilante principiarono a profilare damaschi  porpora tra le strettorie delle dita. Una stilla più scura colpì la gramigna, ma il fiotto, seppur esiguo fu sufficiente per ricoprirla interamente. I sentori di dolore le accertarono l'esistenza, provava ancora qualcosa,irrilevante cosa: era viva. Non era dolore, andava tutto a rilento ora al suo interno, il male si autoleniva perché ne era quasi traboccante, si limitava ad essere formicolio uniforme. L'overdose in eccesso avrebbe potuto farla scoppiare a piangere proprio lì, e lei non desiderava, era un rito catartico ed intimo che avrebbe avuto luogo all'alba quando era esente non solo da presenze umane, ma anche nella condizione di sentirsi in solitudine integralmente, come se fosse una sporta di plastica gettata per a causa della sua futilità, o un calcinaccio di quei palazzoni che si ergevano tra le sue albe. Si asciugò il liquido e rientrò a casa, i graffi della mano bistrattata erano ben definiti ed evidenti, ma la madre non s'accorse. Cassie rovistò in frigo, prese del succo di frutta, onde evitare che la nicotina della sua prossima sigaretta le esagerbasse ulteriormente l'amarezza, e si rifugiò in camera. Era sera, l'esortazione della madre che la invitava a cenare nemmeno la fu udita, s'addormento stremata. Dormire era l'unica escamotage per differire l'inondazione di dolore, era presto, per esondare "non è il momento propizio" le gracchiava da dentro il biascicante raggrumo di male stantio. All'alba infatti giunse fatalmente l'ora prestabilita per adempiere e con lei tempisticamente l'artmia accelerata, che iniziò a destare Cassie dal lieve sonno. Solito rito. Le si strozzò l'epiglottide, il respiro le si mutilò in gola, il  sudore le rese madido il pigiama, tutto ciò accompagnato da un pensiero che tassativamente le belenava insensatamente dentro, prima di straripare "anche l'araba fenice risorge dalle ceneri, così la polvere che ci plasma diviene carne fiammeggiante", sussultò nel letto in preda a spasmi, aprì la porta-finestra e sgattaiolò sul balcone: iniziò a piangere a singhiozzi. Ora i palazzoni erano immoti e ciechi, in quella scacchiera di imposte serene e incolpevoli, dormienti. Il suo dolore appannava i vetri delle finestre, non penetrava oltre, l'umanità non desiderava neppure i suoi sfoghi. Forse l'agglomerato di stabili e case era un involucro più sensibile, in quelle strutture il cuore di cemento apparteneva prettamente a chi dimorava. Cassie singhiozzava e tirava un respiro di sollievo, udiva lo scricciolio dovuto all'ispirazione pervaderla, e nel rilassamento si lasciava svuotare. Si svuotava di se stessa, si consumava depredandosi di tolleranza. Emanava energia, ma l'energia, si sa: non s'estingue, si dissipa apparentemente per mutar poi forma. Si rinnova: i vetri erano pregnanti di brina e condensa energetica e densa, e dietro di lei la gramigna spontanea che si rizzava antiesteticamente, fuori posto tra le piantine falsamente vivide, ne era imbevuta."Sei peggio della gramigna Cassie, sempre fuori posto... ovunque non dovresti essere. Attecchisci dove non devi. E poi sei completamente sconclusionata, e per inciso: esattamente come quell'erbaccia inestirpabile  non giovi... ti frapponi con veemenza e senza invito." Le aveva sputato un faccia un di' la sua maestra protobenpensante. Si chiamava Viola, come un bel fiore. Un fiore benaccetto nei giardini borghesi, precisi e statici. Viola aveva un posto nel mondo, aveva ragion d'essere, era estetica, era accettata dagli altri narcisi in tailleur e Chayenne.Anche a Cassie era stata sbattuta la porta in pieno volto.La gramigna, protraeva il suo condensare brina sanguigna, ma resisteva al gelo. Le viole sul davanzale, rattrappite e morte, senza linfa erano perite per mano del freddo, si limitavano ciononostante ad ornare una bruttura empia, benaccetta, facente parte del mondo... ma una bruttura empia imprescindibilmente. Troneggiavano tronfine nella società circoscritta dei giardinetti, ammantata dai tubi di scappamento dei Chayenne, ignare che la brina prima o poi le avrebbe sconfitte e sradicate: radici deboli e putride le loro. Hai mai provato ad etirpare la Gramigna?