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Mi rivolto nel letto, non riesco proprio a comprendere perché il sonno tardi a giungere.

Durante il giorno mi sento spesso così apatica, la stanchezza prende il sopravvento esattamente quando mi accingo a sbrigare ogni sorta d' improrogabilità quotidiana. Ma che stanchezza anacronistica la mia! Ripenso ad oggi, alla giornata in centro con Jin. Eravamo andati a bere un caffè in Centro. Inopinatamente mi guarda e dice con un mezzo sorrisino ambiguo: "Cassie. Ma non mi hai ancora detto perché ti chiamavano "Gramigna" da piccola. Son curioso, raccontami per filo e per segno da dov' è nata questa bizzarria!" Jin ci scherza, ma è una cosa dolorosa per me rammentare, è attraverso quel nome che sono stata contrassegnata. E' attraverso quel nome che mi è stata sbattuta la porta in faccia dalla società benpensante, quand'ero poco più di una ragazzina. Non che mi dispiaccia non far parte di quell'orda di pupi riarsi, tutt'altro... ad ogni modo non è un aneddoto piacevole. "Jin, quanto sei impiccione? Bevi il caffè, si raffredda. E possibilmente datti una mossa, voglio sedermi lì, vedi? In piazza Castello... su quel muretto batte il sole. Dai!" Replico stizzita, ma fingo un sorriso di rimando. Jin non controbbatte invece, m'asseconda. Ha imparato a rispettare i miei silenzi, ancor più le omissioni. Sa bene quanto esecri le allusioni, le ostiche intromissioni verso qualcosa che mi tocca nell'intimo. Ci sediamo dunque sul muretto attiguo Piazza Castello, come pattuito. Oggi ho deciso di non inoltrarmi nel parchetto da sola, rivedere Astrid, dopo aver letto i suoi sfoghi sulla panchina mi farebbe sentire in forte imbarazzo con l'ambiente circostante e con me stessa, non dispongo della carica necessaria per ammortizzare un altro disagio. Non oggi perlomeno. Jin si stende, spiana le membra al sole come un ramarro, si lascia coccolare dal torpore argenteo che risalta le lentiggini sparpagliate a ridosso del naso, socchiude gli occhi per proteggersi dai raggi ed infine si adagia orizzontalmente sul muretto scaglioso. Lo imito. Sembriamo due lucertole. Qualcuno ci osserva insistentemente, non me ne curo troppo... qualche ben pensante di poco conto. I ragazzi son tutti distesi come noi, su panchine e muretti, a godersi il flebile calore primaverile. Rifletto su Jin, su come ci siamo conosciuti. Rammento di quel nostro incontro in biblioteca. Quel giorno incespicò, cascandomi quasi addosso nel tentativo di tirare giù dallo scaffale Sartre. Lo guardai con occhi strabuzzati, c'era mancato un pelo che non mi schiacciasse, ha una stazza due volte almeno la mia. Si scusò arrossendo e con fare impacciato. Iniziammo di lì a breve a conversare e quindi conoscerci gradualmente. Dopo poco tempo divenne il mio migliore amico, un affetto fraterno ci accumuna da quel giorno. Lo stesso affetto che ci ha resi complici una miriade di volte. Jin è un ragazzo sveglio, orfano di madre e padre; già reduce a diciannove anni da diversi mestieri: dal barman al dj, dal facchino al cameriere, dal pasticcere al muratore. Ha trangugiato una moltitudine di lavori per potersi mantenere gli studi ed un buco d'appartamento che condivide con altri coinquilini. Anche a lui è stata sbattuta la porta in faccia dalla società. Altra vittima disseccata con tanto di "nessuna seconda chance", comprensiva nel pacchetto. Faceva uso di sostanze stupefacenti tre anni or sono, e sino all'anno scorso era bulimico, nonché autolesionista. Quando lo conobbi io, sei mesi fa, era da poco riuscito a reincanalarsi e ad uscire da ogni tunnel. Almeno questa è la sua versione dei fatti confermata, a quanto traspare dalla sua salute stabile. Jin ha sempre sofferto doppiamente, non soltanto per la mancanza di punti di riferimento familiari, ma prevalentemente perché la società dopo il suo trascorso lo osserverà immancabilmente con diffidenza: Jin è un randagio ora, incarna il male, per loro. Le "notizie" s' espandono istantaneamente anche in città, soprattutto quando non siamo i diretti interessati o non siamo implicati. E' come se la gente godesse nel raccontare le rogne altrui, e dopo aver assolto sentisse un lugubre solletichio a basso ventre, una sensazione di protezione che scaturisce e monta da dentro brulicando dentro l'ombellico. Poiché godono del "privilegio" di discutere a proposito delle disavventure altrui a bocca salivosa e grondante. Nell'ignoranza indolente persuasi, certi e felici che non sia accaduto a loro. Ed in sintesi, come da rito ecco che esclamano falsamente esterrefatte, adornate da un' espressione frivolo-corrucciata : "Assurdo! Che sbandato! I miei figliuoli non combinerebbero mai tali scelleratezze!" Ignare del fatto che molti dei loro figliuoli siano "dulcis in fundo" pusher o ladruncoli della peggior stregua, che godono però non di rado dell' "attenuante" d'essere "benvestiti" figli di papà. Questo ciò ch'è rilevante; ed impunemente per la società si protraggono nell' indossare la maschera de: "Che delizioso figliuolo è il suo Denny, signora Gervasi!". Jin non aveva avuto questa prerogativa, Jin s'era trovato solo sin da piccolo, soltanto con la nonna a badare a lui alla bell'e meglio. Aveva pressappoco tredici anni quando principiò  la sua gavetta lavorativa, portando alla nonna quasi interamente l'esiguo ricavo che gli garantivano i lavoretti saltuari. Parallelamente nella solitudine più cieca e nel disagio più sordo era sprofondato in un baratro senza fondo. Ecco che adesso s'era riscattato però, con le sue sole forze, come sempre del resto, alternando studio e lavoro nonostante tutte le "Signore Gervasi"  lo additassero come appestato. Adoro Jin, perché malgradociò ha avuto la capacità di reagire, di contrapporre al tedio dell'esistenza e della solitudine un senso, un suo senso personalissimo, ma pur sempre capace di riempire il vuoto esistenziale che ci accerchia le membra. Ricordo che un giorno mi disse "...Vedi Cassie, non so se faccia più male l'assenza materna, la mancanza abissale di calore sul mio volto dettata da un bacio di padre, quella figura paterna che avrei sempre desiderato stringere nell'infanzia, quando fuori pioveva e mi coglieva quel senso di solidarietà familiare chi avrei potuto abbracciare oltre la nonna?, quei compleanni inadempienti privi della pacca del tuo vecchio che mappa a gesti decifrabili solo tra padre e figlio: "stai diventando grande". Le litigate tipiche che pensi ti renderanno più indipendente e scaltrito, ma  che dopo qualche istante ti fanno sentire soltanto più sciocco, le occhiate di assenso complice che si instaurano naturalmente tra genitore e figlio; O se sia più doloroso chi io sia diventato: un frutto acerbo maturato troppo presto e svezzato dalle mancanze. Ho meno di vent'anni e mi sento così innaturale, così adulto, e se vuoi così vecchio rispetto ai ragazzi della mia età. Vivo un'estraneità inaudita. Allo specchio vedo la mia barba spuntare timida come dei fili d'erba fresca e minuta, rigogliosa perché appena sbocciata, ma disseminata su un volto arso ed emaciato, attorniato da occhiaie profonde e violacee. Il mio senso della vita è stato sveltito e spesso s'è schiantato irrimediabilmente, a tutta forza contro rocce troppo contundenti per uscirne indenne. Mi sento disilluso, sempre di più. Le ripercussioni degli abbracci mancati possono essere tremendi, sono dei vuoti incolmabili che ti attecchiscono dentro per tutta la vita. Cassie, alcune ferite possono rimarginarsi, ma le cicatrici seppur arginate rimangono dolenti ed inguaribili o presumo, fa soltanto male sapere che ci sono, che son celate agli altri, ma uno specchio... uno specchio vedi Cassie, denuncia forzatamente..." E s'interruppe. Chissà perché ci penso adesso, qui al sole, proprio con Jin di che mi fiancheggia steso. Saranno i miei sei anni in più,  ma sento il dovere, come fossi sua sorella maggiore di proteggerlo, proteggerlo dal mondo, dagli inevitabili sbalzi d'umore, dai disagi irrisolti. Ma questi sono piccoli nemici con cui battaglio anch'io ogni di' e che, ciononostante,  hanno sempre la meglio. Dovrei dapprima studiare una strategia valida che mi consenta vincere le mie battaglie e poi belligerare con gli avversari che attanagliano la serenità del prossimo. Le lancette battono nette e fuscianti le quattro del mattino catapultandomi nella realtà, le mie divagazioni non hanno limiti questa notte, sono riuscita non esclusivamente ad inoltrarmi nel ricordo di oggi, bensì a rimemorare persino cosa rievocavo oggi sdraiata al sole, prona accanto a Jin. Che mente contorta, o per meglio dire distorta! Forse è una connaturazione insita nella mia indole spendere le mie notti speculando su ricordi e possibili soluzioni al nulla. Le mie introspezioni psicologiche sondano ogni anfratto, negli antri più bui la piccola lucetta della mia essenza perlustra meandri d'ogni sorta in cerca di rovelli novelli per sbizzarrire la sua smania, o  arranca nel tentativo di ripescare qualche vecchia sensazione. Difatti, se indago insistentemente le emozioni si estenuano, evitano di nascondersi in quanto consapevoli che non avranno tregua. E spossate dalla latenza vengono meno concedendosi e riaffiorando a raffica. Ma questa notte per amor della precisione, non ero in cerca di emozioni. Sentivo mio il dolore che avevo percepito venare il cuore di Jin, e mi avrebbe corroso se non fossi andata a sincerarmi che era lì ad attendermi, impaziente d'esser passato al vaglio. In fondo Jin è fortunato, nel suo dolore immane riesce a prefiggersi degli ottimi obiettivi, tappe che gli consentiranno di seguitare. Anch'io ne sono intimamente disseminata ma divergo sostanzialmente da lui. Prova ne è che di tanto in tanto sono colta da un senso abbacinante d'inerzia, tutto si svilisce, le utopie ed i sogni mi si sgretolano di tra le mani e spendo ore intere col volto insabbiato nel divano nell'intento di ritrovarle. Talaltra sono più fortunata: è sufficiente uno sfolgorio proveniente da luoghi imperscriutabili per riassemblarmi la felicità frammentata ed autodotarmi nuovamente di  mete e traguardi. Ringalluzzendo le mie voglie d'adrenalina. Si forgiano così i miei sentieri, in un altalenante andirivieni fittizio di niente.