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Si faceva chiamare Andromaca da lui. Lei lo soprannominava Dorian, omonimo del Gray, famoso  personaggio del Romanzo di" Mister Dandy". Andromaca come il mito della stessa, Andromaca come emblema di colei che serbava in grembo il dolore perpetuo dell'esistenza umana, del tedio incontrovertibile.

Ma dotata di una bellezza fuori dal comune e fuori luogo prevalentemente: delineata ed impressa sul suo volto il patimento che l'aveva tratteggiata e mezzo consunta, facendola esteticamente oscillare tra il volgare e il penoso. Le rughe precoci e appena percepili a ridosso delle sopracciglia, sorriso malinconico, disilluso... oscillante tra malizia e licenziosità, coartato e un po' represso dalle sferzate gratuite della vita. Era stupenda abbigliata di quell'espressione triste-assorta. Lentigini sparpagliate si frapponevano tra naso e guance: una volta di stelle, di nane rosse più precisamente, spiccavano su quel viso semi tarlato. Bellezza desueta, tanto triste quanto antica. Bellezza concupiscente ed ustionante. Lui, Dorian... l'edonistico figlio dell'irrequietezza, che aveva coagulato al suo interno la passione perversa di chi vive d'istinti adamitici e reazioni impellenti e incontrollabili. Lui che recepì bene la differenza tra passione e felicità, che illustrò lei un giorno: "t'assicuro... la passione non è equiparabile alla serenità, ad un assolivimento statico della gioia... è esclusivamente sprazzo fulmineo, è vertigine, è la lamella che amputa gli arti inferiori rendendoti inerme al cospetto di ciò che la scatena: una piuma in balia dell'uragano, ti conduce a divenire". S'erano rivisti dopo diversi anni, nell'intercorre non s'erano più sentiti, nessun contatto umano, a render guizzante la fiammella un effemiro filo irreciso e impalpabile di pensieri di rimando. Muto, furtivo, imperscrutabile ma perenne. S'erano rivisti per coincidenze fortuite, uno sguardo e s'erano narrati le vicessitudini che s'erano svolte nel medesimo lasso del loro smarrirsi. Andromaca gli tese la mano, lui si protese: ricambiava. Gliela baciò. Non un singulto proferito, non un suono gutturale, parole? Nihil. Sguardi e occhiate alla chetichella, gestualità indecodificabili. Si denudarono. I vestiti gettati alla rinfusa come canovacci inutilizzabili, come gabbie costrittrici, come scartoffie in esubero. Ora erano solo corpi, solo essenza, e tanta, una miriade di Assenza arretrata che andava sopperendosi in quell'evolversi astruso. Adesso solo i corpi dovevano danzare spudoratamente, senza reticenze né omissioni corporali... senza chiedersi perché. Solo carne rutilante, come spoglia dell'epidermide. Si accinsero a fare l'Amore come ossessi, a toccarsi i corpi attraverso manate voluttuose, ad appannare con sospiri incadescenti finestre e superfici. Tutto cospirava a quell'amplesso, a quel riconoscersi... gli odori rasposi e corporali pronti ad occludergli le narici, a inebriare l'ambiente circostante di olezzo fisico. I cuscini imbevuti di sudore, dettato da voglie estreme, animalesche... ma cosa c'era di più idilliaco di quella danza infernale? Quel copulamento bestiale, che li faceva grondare di sensazioni, che apriva i loro pori, che spalancava le loro bocche coniugate, in procinto di dilaniarsi, si udiva stridere un lacerio di labbra, aggrovigliamenti di lingue, la passione tumultuosa che esplodeva dai seni di lei, vellicati quasi sino allo sbriciolamento dai polpastrelli esperti di lui. E i volti, i volti distorti e corrugati in simbiosi, davano irreversibilmente vita a smorfie assurde, le fronti aggrottate e cavernose, le pantomime scabrose di chi gode dimentico del mondo che gira; che gira senza soluzione di continuità coi suoi morti e coi vivi, coi sopravvissuti, cogli assassini, coi fiori, coi tramonti. Ma che importa:  il mondo è lì fuori. Per loro, il tempo si era arrestato esattamete dietro quelle imposte, precedeva quelle finestre sprangate dall'inviolabile immanenza anelante. I secondi non avrebbero mai potuto valicare quel confine, né inoculare all'interno della loro anima apolide e disadattata alcuna fretta, alcuna preoccupazione... loro si rendevano manifesti, oltre le ventimila leghe degli attimi. Oltre la convenzionalità che li constringeva alla morte dosata, alla repressione edulcorata e indorata che fa perire persino papaveri e voglie. Le voglie ora si palesavano, nei sospiri insistenti... sulla pelle di lei passivamente baciata dalle sue labbra sanguigne e rugose, costellate da minuziose frastagliuture di lui, che non passavano inosservate all'occhio inquisitore e indagatore di colei che li possedeva interamente, almeno in quell'attimo eterno. Non andavan odunque perse quelle fattezze. Nessun apostrofo, nessuna frase, la non spiegazione s'era inglobata in quell'amplesso, e adesso si disvelava corpo a corpo, come una battaglia, una guerriglia che stava avendo luogo sulle loro membra. Erano folli e tracotanti, boriosi, possenti, consci e consapevoli della loro bellezza dannata, della loro imperiosità scabroso-peccaminosa, quella che li aveva sempre contraddistinti dalla gleba, dall'entourage ciclico che si assiepava in prossimità del loro esistere. Contrassegnati da concupiscenze e bramosie proprie dei satiri, degli assetati, degli anelanti, dei folli perigliosi che si aggirano nelle notti baccanti, che danzano limitrofi ai fuochi fatui dei baccanali escandescenti. Affetti da quell'eccedenza incontaminata tipica di rituali che si verificano nei deserti assolati e latenti tra le dune, dove vengono eseguiti garbugli fisici, al solo capezzale del biancore plenilunare che danza al ritmo di ululati remoti e dispersi. Anime fuse in un'unica menteca, in  un'unica liquefazione concentrata di vita, deviata. Erano innamorati. Innamorati impegnati a dilazionare l'orgasmico accoppiamento, che avrebbe iniettato loro sul  palato, l'amaro retrogusto dell'adempimento.