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"A me piacciono troppe cose e io mi ritrovo sempre confuso e impegolato a correre da una stella cadente all'altra finché non precipito. Questa è la notte e quel che ti combina. Non avevo niente da offrire a nessuno eccetto la mia stessa confusione."

La perfetta equazione sovrastante è tratta dall'eminente libro "On the Road", concepito con lacrime di sangue e confusione (una brina di sensazioni comune a tutti i veri scrittori), che Jack Kerouac conosce bene. On the road, come spiega il titolo è un un viaggio (infinito) che ci porta sulla strada.  Il protagonista Sal Paradise, nonché alter ego dello stesso autore decide di intraprendere un viaggio a rotta di collo con una combicola di amici, tra cui spicca la personalità smaniosa, interrotta e folle di Dean Moriarty. Questo cammino si sciorina gradatamente tra picchi di perversione, fughe alluginogene e mete che non si capisce mai quali siano se non prima dello stesso arrivo, arrivo a cui si accavalla già la prossima partenza, come un'impossibilità a stare fermi, come una necessità a protendersi sempre verso l'infinito. Sal, avrà presto modo di capire che il suo amico Dean è totalmente inaffidabile. Inaffidabile perché non può sfuggire a un destino superiore, quello del disperso... è costretto a seguirsi e mai a seguire. Dean, che vive ogni passo bruciando e corrodendosi, Dean che vive appieno ogni sensazione fino a sentir male alle ossa, a sentirsi raschiare la gola e allora suda, gronda il solo peso d'esistere che gli svapora addosso: un fiume in piena sotto le ascelle, tra le gambe e le mani, tra i capelli zuppi. Gli occhi sempre sgranati e spiritarsi come per accogliere tutti i fermo immagine del mondo. Dean che ha due donne, ma che all'occorrenza quando il viaggio canta il suo richiamo di dispersione  non perde occasione per lasciarle e seguire il suo stesso disadattamento, la sua condanna, un viaggio eterno verso il nulla e verso il tutto. Dean trascina. Lo stesso Dean che ritorna dalle sue dame e giura amore e castelli in aria, e le ama davvero, si prostra per implorare il loro perdono ogni volta che s'illude di potersi fermare, di potersi borghesizzare, come un romantico invasato ottocentesco che venera la donna illibata, l'angelo del focolare e della purezza, emblema come il nespolo dei Malavoglia verghiani della famiglia per antonomasia. Ma non si può ricostruire perfattamente un vaso già crepato in più punti. E' infatti lo stesso uomo licenzioso che affoga nella libidine, nelle droghe, nel rumore assordante della città, è lo stesso che danza come un baccante a ritmo Jazz, nei negri vicoli malfamati dell' Ohio,  a San Francisco, a Danver, come se ogni centimetro di terra fosse stato contaminato e benedetto dalle impronte delle sue scarpe, ovunque Dean ha firmato il suo arrivo e la sua partenza poco dopo, assieme a Sal che lo segue. Sal Paradise, apparente protagonista che quasi assorbe il trascinante ritmo di Dean, ma che è solo la sua spalla destra e forse neppure, dell'eroe di questo libro. L'eroe malfamato e sottovalutato Dean, Eroe dei perdenti. Ogni viaggio e ogni tappa che consegue sembra abbacinata da ombre di lussuria, di alcol, di sregolatezza, di personaggi sciancati e coi denti rotti, poveri diavoli ai margini della società avrebbe detto di loro Giovenale, sordidi e viziosi, avrebbe aggiunto e concluso. Ernesto de Martino e Capossela forse sarebbero stati più magnanimi, definendoli semplicemente tarantati, ammalati e adepti del Ballo di San Vito, senza redenzione dall'Apostolo delle genti, come Pantalea di Giuggianello e i tanti che speravano in Galatina, la chiesa madre della redenzione al movimento. Ma sembra che per Sal e Dean non ci sia mai stata una cura, se non scrivere e raccontare quell'ammasso di macerie che era la loro vita e che si è andato accumulando durante viaggi pazzeschi fatti di corse sotto le stelle, finché sognare, per dirlo alla De Andrè sarebbe loro costato uno spruzzo di sangue dal naso, per lo sforzo. Per quanto mi riguarda, questo libro, assemblato su orme e impronte lasciate a germogliare a ridosso dei selciati di tutto il mondo, e non solo sotto cieli americani, ma fra tutte le nebulose della Via Lattea, talmente è infinito e ininterrotto non si porta appresso né un inizio e men che meno una fine. E' un perenne protendersi verso un altrove, un altrove che è qui e poco dopo non c'è più. Quel Non Luogo indefinito che ci manca nostalgicamente speziato d'oriente quando siamo partiti, che abbiamo bisogno di ritrovare solamente ritornandoci. Il bisogno di ritornare, quello che anche il Langarolo Pavese ha tanto decantato nel suo capolavoro "La Luna e i falò". Il ritorno è un tema caro un  po' a tutti gli scrittori, almeno tanto quanto è caro l'andare, la fuga, gli scrittori io amo definirli degli "Scappati". Sono scintille vacue: come luci in lontananza appaiono e scompaiono lasciando a bocca aperta chi li osserva, facendo percepire un senso di lontananza e un sapore di promontori inarrivabili, come se si aprissero alla vista soltanto per dissolversi l'istante dopo. Jack Kerouac ha dato vita a un grande capolavoro, i temi principali non solo il viaggio e il disadattamento, ma il ritorno, l'oscurità della comunicazione che sventa se stessa mentre avviene, perché la soggettività si pone prima delle parole deviandone il senso (quasi per un omaggio a Luigi Pirandello, quello che ci aveva avvertiti tutti).  A galleggiare in questo minestrone di vitemmorte al confine, tra queste pagine imbevute del sudore di Dean, c'è l'impossibilità del pago. Si capisce scavando che l'essere umano è nato con accanto il cordone ombelicale e l'insoddisfazione, si capisce che ogni posto stanca, e che un divano tappezzato di seta può non essere comodo come una panchina logorata sulla quale stratracannano birra giovani amici in compagnia di vecchi ricordi. Si capisce come le cose cambino se solo ci si sposta di un centimetro per osservarle diversamente. Si capisce quanto la falsa sicurezza della borghesia abbia fallito innanzi alla precarietà della vita, quanto il benpensante economicamente ostentato sia molto più ipocrita del barbone che canta nenie dietro i cassonetti putrescenti e quanto la dolcezza di una prostituta possa essere una carezza più vera dello sguardo languido della verginella dabbene, certe volte, forse. Si capisce quanto le personalità troppo accese e maledette sopravvivano di notte come cani bastardi e randagi, in giro a scippare un tozzo di pane o la libertà. Ci sono molte gradazioni in On the road, chi vuol salire a bordo di quella macchina di pazzi, sappia pure che non farà più ritorno alla realtà come prima, rimarrà sempre disperso nella confusione esplicitata dall'inchiostro, fra arabeschi di parole labirintiche che Kerouac ha assemblato assieme a Neal Cassady il cui pseudonimo è Dean, Dean Moriarty. -Di Chiara Nirta-