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Era l'inverno del 1933. Il mare faceva cavalloni paurosi accasciando le onde stanche e caparbe contro il muretto già logorato dalle intemperie e, mai sistemato, del lungomare. Caterine e Joseph erano spiaccicati contro il finestrino appannato della macchina di lui, sotto il silenzio di una luna gelida e spettrale complice di un peccato assordante e silenzioso. Le spiagge a parte poche barche fantasma tirate in secca, erano deserte e sferzate da raffiche di vento, e lui aveva una mano fra le sue cosce. Assieme alla paura che sua moglie sospettasse di quel ritardo a cena. Caterine paura non ne aveva, le donne sono sempre più coraggiose quando si tratta di rischiare il culo, pure le famiglie, non importa: le donne all'Amore non ci sanno rinunciare, è una malattia, qualcosa che... ci cadi e basta, puoi decidere solo se spezzarti un braccio o tutto il collo durante l'atterraggio. Erano anni in cui in quei paesi si moriva per molto meno, nell'aria fischiavano anni sanguinolenti e delitti "d'onore", perché doveva essere mantenuta coerente una "legge morale" al di sopra di quelle legislative, e i torti si pagavano a gambizzazioni o con la vita. Ma vuoi mettere una manciata d'Amore? E chi ne aveva a quel tempo? Le femmine dovevano badare casa e non per favore ma per forza, dovevano accudire focolare e figli e preparare da ma mangiare quando il maschio tornava a casa dalla giornata nei campi stanco, bisbetico, nervoso, scoglionato e con la canottiera che la terra aveva strisciato del suo colore e impregnato del suo odore di selciato bagnato. I figli di Caterine erano quattro, quell'inverno del 1933. Il maggiore aveva diociott'anni, e lei a diciott'anni l'aveva sfornato. Si cresceva presto in quei paesi: sotto il freddo con i piedi nudi che attraversavano le fiumane all'alba per recarsi a faticare, perché il lavoro nei campi era un ciclo senza fine, un parto infinto che le donne si portavano dentro, un "travaglio" in ogni senso. Dal mattino a notte fonda e la notte sfinite dovevano aprire le gambe al marito, e zitte sennò busse nei denti. Finché un labbro sprizzava sangue. E se succedeva, al mattino dicevano "ho sbattuto contro la porta". C'era una dignità forte e dolorosa, non pietosa ma testarda e grondante contegno nel grembo di quelle mogli, nessun lamento, non un "ahi!", incassavano meglio di Mike Tison. Non fa ridere, avevano le palle quadre. E cosa più stravolgente era che accettavano il loro destino non rassegnate ma con devozione, amando ciononostante i mariti. Quella era la vita e non c'erano altri termini di paragone, se c'erano erano per puttane e svergognate. Quella la realtà. Caterine era una puttana e una svergognata, perché all'Amore non aveva detto di no. Caterine non sapeva neppure leggere bene, per non parlare del fatto che scriveva da cani, ma non era stupida affatto. Oltre ad avere le palle cubiche aveva fatto un ragionamento semplice semplice e i conti se li era tirati ben benino: "Calci nei denti li prendo sempre e comunque, tanto vale..." Chi poteva di fronte a tanta rettilinea semplicità darle torto? Così aveva detto al figlio maggiore "Nanni, sento il cane abbaiare da qui. O è volpe o è faina, vado a controllare... se faccio tardi non ti preoccupare, dormi che tra due ore ci dobbiamo alzare!" "Ma dove vai nel cuore della notte? Ci penso io, ti credono pazza se ti vedono in giro a quest'ora!" Lei lo guardò in modo eloquente e lui capì qualcosa che non avrebbe voluto intendere, ma non la fermò: serrò la mascella, abbassò gli occhi stringendosi il pugno alla mano e disse quasi tra se e se "A dormire vado, ma se ti devo vedere con gli occhi miei ti ammazzo lì. Fa che i miei occhi non ti vedano mai, ti prego..." quando raggiunse il letto il padre sentendo i passi chiese della moglie, e la sua voce alterata rispose solo... "sta andando al campo, ce l'ho mandata io, il cane si sente da qua fare il diavolo a quattro, mo' torna, dormi!" Quella sera erano andati fuori paese, l'aveva portata "Allu mari, allu mari". Anche se c'era un tempo da lupi. Adesso la stava spogliando senza ritegno mentre lei non capiva perché avesse caldo e l'interno delle gambe vischioso, non capiva perché il sudore, né perché farlo con lui non fosse raccapricciante ed estenuante, ma coinvolgente, a quasi quarant'anni non lo capiva. Mentre la prendeva era violento, Joseph, ma non era violenza cattiva, non era intrusione perché lei lo accoglieva, lei VOLEVA. E quando lui le morse piano la lingua pensò soltanto "Nanni trovami adesso, se muoio ora... non sarò vissuta invano." Joseph era stato un soldato al tempo della Grande Guerra, portava una cicatrice sul sopracciglio a testimonianza delle battaglie, e gli erano venuti due occhi tristi che non se ne sarebbero mai più andati. Raccontava sempre a Caterine, con un filo di voce che s'interrompeva spesso "Ero un giovanotto timido, ma quei giorni mi hanno reso una bestia feroce, ne ho falciati molti, sai? Tanti erano solo ragazzi nel fiore della gioventù e non sapevano neppure perché imbracciassero quel fucile." Allora lei sorrideva illuminandosi, perché sapeva di aver trovato il suo termine di paragone. Gli accarezzava la cicatrice ma non aggiungeva niente. Tutti siamo reduci di qualche Guerra, che sia fronte interno, o fronte familiare. Un fronte c'è sempre e dobbiamo combattere, altrimenti ci falciano via, non importa se giovani o vecchi. Era l'inverno del 1933, e per le vie del paese si arrostivano le castagne su braci ardenti, mentre l'odore del mosto che fermentava sibilando come un serpente a sonagli, si azzuffava assieme a quello dei fumi per le strade velate d'ombre fredde. La festa del Santo Patrono stanava pure i vecchi col nervo sciatico ridotto a brandelli, mentre la processione passava crepitante e acclamata dai ragazzini. Nel corso principale i negozi allestivano per fioretto gli altarini al Santo. Le bambine avevano una corona di trecce in testa, e i maschietti indossavano l'unica camicia buona, quella che era stata del fratello maggiore e profumava di acqua di fonte e cenere, consunta ma candida come cotone. I vecchi portavano la polvere da sparo e la regalavo di tanto in tanto ai giovanotti per farci petardi, e quelli se la litigavano. Da lontano si sentivano scoppiettare i botti e nei nasi si sparpagliava l'odore acre della polvere che assieme al freddo riassumeva evocativamente l'approssimarsi dell'anno nuovo. Anno nuovo e... vita sempre la stessa. Il tempo in alcuni paesi o scorre all'indietro o si cristallizza in un eterno presente. Qualcuno aveva appena sfornato il pane e si prodigava a distribuirlo entro tutto il vicinato. Quando ancora questo gesto non sapeva di tradizione, ma di necessità. Si aiutavano davvero tutti. Il Pane era sacro, era semplice e inviolabile, il Volto di Cristo che sulla tavola doveva stare sempre all'insù. Il batacchio scuoteva le campane producendo un suono che si disperdeva fra la campagna e i rovi. Nei punti dove il silenzio tornava a nascondersi, qualche anacronistica cicala accompagnava col suo frinire il coro di grilli e rane. In quei paesi non c'era un solo centimetro che non brulicasse di vita, forse sempre la stessa, ma osservata attraverso l'ottica del lontano era davvero dannatamente bella. Per chi la viveva e se ne andava aveva ed avrà sempre un sapore nostalgico-doloroso di famiglia. Prima dell'imbrunire il cielo quasi sempre terso lasciava che le nubi bianche si sfilacciassero mentre il sole indorava con gli ultimi raggi i loro bordi, infine tardivi uccelli migravano via, e ai pochi colti l'atmosfera ricordava quasi insensatamente la poesia "San Martino" di Carducci. Ogni tanto i treni passavano stanchi sbuffando e fischiando mentre costeggiavano il mare, e il suono si espandeva decrescendo fin nell'entroterra, perché non c'erano case troppo alte che si frapponessero all'eco. Peppino, era un bambino sognatore e si addormentava tutte le notti con quella melodia, sognando di scappare, dissolvendosi in quel rumore nostalgico come fumo per sorvolare tutti i paesi della terra. Poi un giorno crebbe e ci rimase, invece. Chi ha il coraggio di recidersi a freddo un braccio? Ecco, estirpare quel tipo di radici andandosene è un po' la stessa cosa, e non tutti sono Riccardo Cuor di Leone. Si tenne il suo trenino da fermo, ma seppe viaggiare con la mente più di Knulp, il vagabondo viandante di Hermann Hesse. Era davvero un mondo strano, un mondo a parte. Fatto di sogni che si rimescolavano agli incubi, producendo una realtà mistica, povera di lussi e ricca di pane, zeppa di pietà e sensibilità, ma anche di impietosa crudeltà e ferocia. Ribolliva tutto il contrario di tutto. La ruota poteva girarti bene, ma potevi morire per un umore alterato. Era la notte dell'invernò 1934, -sul calendario il tempo era trascorso ma lì era rimasto immutato-, quando Caterine si osservò il buco allo stomaco lasciatole dal proiettile. Nanni c'aveva provato a fermarlo papà... ma non se l'era bevuta la storia della volpe, un'altra volta: una trovata, nonostante la volpe sia simbolo di furbizia, molto poco astuta. Joseph fu risparmiato, perché lei era la svergognata, lui chiaramente solo un "povero" Cristo, tentato da una maritata che gli ha aperto le gambe. Ma le donne sono sempre più coraggiose, non solo quando si tratta di rischiare il culo, la famiglie o altro. Sapeva a cosa andava in contro, stava solo aspettando. Quando se lo trovò davanti paonazzo e armato non si scompose, non un urlo, non un battito di ciglia. Solo un sorriso soddisfatto: Non aveva detto no all'Amore, aveva avuto il suo termine di paragone... -Di Chiara Nirta-