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Io ero nata con un destino pesante addosso. Solo che ancora non lo sapevo. Il sole scottava forte quel giorno. Avevo sette anni, forse. Le mattonelle del cortile erano roventi. L'estate prosciugava i corpi e il cemento pure. Osservavo una pianta di fichi d'India. Simbolo del mio regno, quello delle Due Sicilie. Ero figlia di tanti Greci che abballavano tutti assieme, nelle notti di polvere e di luna in cui danzavano i Satiri della Magna Grecia. Il ragno aveva tessuto la sua tela. La sua tela per me, addosso a quella pianta di fichi d'india. "Chiara, balla a Tarantella, ora sonamu! Guarda i sonaturi, i mani nci culanu sangu". Il ragno e il fuoco. Il ragno e il ritmo. Non sapevo ancora, avevo sette anni. Non sapevo che il ritmo di quel ballo era un esorcismo mitigante il morso del ragno. Il ragno tesseva e io mi dondolavo. Eravamo una cosa sola. La passione dei riti bacchici, la passione delle streghe arse vive e intossicate dal fumo della loro stessa pelle, perché erano diverse; il dolore di Maria di Nardò, tarantata di Galatina, in quel 1950; la Danza delle spade mitologico-reale dei popoli indoeuropei, l'ossessione smaniosa che aveva il sapore arrugginito del sangue, colante dalle ferite dei briganti, mortammazzati due volte, da una Storia che ancora li rinnega; le voci delle vecchie di paese che farfugliavano "il diavolo si aggira per i boschi e le pinete, prega Santo Paolo, e la serpe se ne va."; il sentore di un mondo antico e normanno mai conosciuto prima, gli urli delle battaglie bizantine e quell'accento Aspro, come quel Monte che sovrastava i paesaggi di casa mia e della mia vita tutta; Polsi e i suoi capretti scannati e immolati come sangue di vergine versato in osanna alla carne, le montagne illibate e la bellezza di un mondo che rifiuta mondanità rifugiandosi in una tradizione troppo stretta, ma necessaria; l'odore dello Ionio a dicembre che strisciava nel mio naso con essenza di navi achee e sudori acri di rematori antichi; il senso di libertà, quando mi addormentavo sugli alberi di fico e me ne cibavo nella mia Bibbia ignorante di bambina d'Eden dannato e calabro; l'odore di mosto, il silenzio frizzante di quando fermentava; i falò a capodanno, dionisiaca reminiscenza di un paganesimo occultato dai cristiani, ancora acceso; le voci in sordina dei giovanotti con le fionde che centravano volatili goffi, nei pomeriggi maledetti e soffocanti di solleone; i cani a mezzanotte che guaivano nelle lande deserte contro faine ghiotte di pollame; i racconti dei nonni nei pomeriggi davanti al camino col paneolio che mi colava dalle mani sudicie di terra, dopo giochi rocamboleschi a scavare, non ho mai capito se il terriccio o un passato che mi apparteneva senza che ne avessi mai fatto parte; il garrire di rondini attardatesi a ottobre perché la calura confondeva pure la natura, pure se stessa,lì in quella Terra dove "non si sa mai"... Niente. In tutti i sensi; il suono dei treni che sembrava provenisse dalle onde del mare, sparpagliatosi nell'entroterra fino alla flebile zanzariera della mia camera d'allora, un suono che sembrava mi acciuffasse dalla collottola per rispedirmi ai tempi del Re Borbone; l'odore di mia madre che sapeva d'estate e fiori di pesco, quello di mia nonna che per eredità era uguale; il calpestio lontano di qualcuno che si affrettava al buio verso casa, che produceva sospetto sotto le persiane, qualcosa di strisciante che sospingeva solletico allo stomaco; la nostalgia quella volta che me ne andai per sempre, salutavo Locri, Terra delle Terre alle tre del mattino. Alle tre, come una trinità, stanca e necessaria. Tre volte triste; l'odore del caffè prima che mia nonna si accingesse a fare il pane in casa e il crepitare del forno quando si svegliava il sole: tutto questo era nel mio sangue. Ecco cosa mi aveva trasmesso il morso della Taranta. Ma avevo solo sette anni e troppa fretta di crescere. L'irrequietezza trova il suo motivo nell'inchiostro. La Scrittura è la mia tela. Allora non sapevo di questo destino. Non lo avrei mai saputo. Queste non sono consapevolezze, è un confine inesistente, forse, tra dubbio e fantasia.

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