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Il sole si era levato alto, tanto da ferirle gli occhi. Da piantarlesi nelle iridi. Il sole che in città non sapeva bruciare come quello dei paesi di Sud, che si limitava a riscaldare la superficie delle cose, senza penetrare nelle ossa. Lei quel sole lo aveva scordato, aveva scordato l'odore che regala maggio, le notti in cui il tempo comincia a cambiare e la primavera è forte e pregna di richiami bambini. Lei aveva scordato se stessa. Il motivo per il quale era nata. Lei che avrebbe voluto restituire al mondo quel che il mondo le aveva dato in segreto, la mistica magìa che abbacina di luce tutti i misteri, gli elementi, i sogni, gli eventi e i giorni grigi di pioggia. La Poesia. La poesia e i libri. La prosa. La prosa e la narrazione. Tutta l'arte del dire, perché chi sa descrivere e viene pervaso dal mistero della vita ha una grande responsabilità. Usare con giudizio il dono della bellezza, raccontare alla gente quanto possa essere bella l'esistenza, nonostante i dolori, le manìe e le ossessioni, i combattimenti contro noi stessi che ci sbalzano lontano a tratti, facendoci perdere la strada, occupandoci tutti. Occupando inutilmente uno spazio dedicato alla vita. Lei aveva scordato per un po' tutto questo. Era diventata fragile, irascibile, stanca al risveglio. L'energia sotto i piedi, la sua natura sbiadita, l'entusiasmo smarrito. Poi era arrivato lui. Lui era arrivato quando il momento era stato maturo, perché due strade, quelle due strade che si incontrano in un attimo e durano per sempre non si incrociano mai per caso. Lui col suo peso di vita, negli occhi i prati dei tempi andati, alcuni sogni infrantisi in un urlo, l'ansia felice di quelli che invece si sarebbero realizzati. Lui era arrivato e lei di colpo aveva ricordato chi era, chi sarebbe stata. Lei trovava senso nell'incastro delle braccia di lui, nel suo odore, nel suo senso di pace, alla sera, quando le dormiva sul seno e s'assopiva pago di sogni che si azzuffavano con quelli di lei. Magie e alchimie che si univano in una cosa sola, diventando futuro concreto nella speranza accesa che il sentiero di domani sarebbe stato percorso assieme. Lui e gli occhi svuotati dalla vita e dalla delusione, l'attimo dopo riaccesisi in quelli di lei dalla gioia, la passione, la musica della vita che diventava nota e ritmo dai polpastrelli alle superfici. Lui forte, dalle braccia possenti che sapeva proteggerla anche a costo di farsi male e lei fragile che si parava come scudo se le tempeste emozionali conseguenza degli umori intelligenti che fanno altalena sulla carne delle menti pensanti s'arrischiavano a minare la sua serenità. Loro erano lo smacco a chi non sapeva più bastarsi, a chi non credeva più nella forza dell'amore pulito, semplice e indistruttibile contro gli ostacoli maligni della gente a cui fa gola sgretolare il benessere altrui. Loro erano la rivisitazione di ogni stereotipo che frena la fantasia, perché il numero perfetto non è tre. E' due.