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L'amore non è mai come ce lo aspettiamo, non va mai via quando vogliamo dimenticarlo e quando pensiamo che rimarrà sempre lì a gonfiarci gli occhi di lacrime, a sporcarci il cuscino di mascara nel cuore della notte, allora lui ci volta le spalle...

Ero rimasta assorta con lo sguardo fisso contro il grattacielo in costruzione. Respirare la notte mi piaceva da matti perché riuscivo nel silenzio ostile e pacato, fra le cose che galleggiano nel buio a riconciliarmi con me stessa e Dio. Durante il giorno era impossibile riflettere, non riuscivo mai ad ascoltarmi alienata com'ero da rumori molesti e luci violente, dal passo del cittadino che deve correre anche quando fretta non ha. Indossavo un accappatoio di due taglie più grandi e fumavo di gusto appoggiandomi sulla ringhiera mezzo rosa del balcone, mentre l'odore complice dello scuro mi avvolgeva come un angolo, uno spigolo, un comodino inghiottito dal buco nero nel momento in cui le persiane s'abbassano. Ero tornata indietro coi ricordi a tutte quelle volte che non avevo saputo dire di no, che ero stata troppo accondiscendente, che avevo fatto la crocerossina dimenticandomi di suturare le mie ferite che stavano ormai esasperandosi in cancrena. Mi ricordai di Mike, e della nostra storia; di quella volta che partimmo per il mare inventandoci una mutua e sei panini schifosamente ipercalorici. Il treno era un regionale malandato e sporco, ii bagno di servizio otturato e l'estate ci pigiava come uva l'uno contro l'altra implodendo nel vagone. Mi era tornata sfocatamente in mente la sera al molo, quel tripudio di colori, non si distingueva dove finissero le luci delle case degli altri e dove iniziassero le stelle. La luna era un'arancia matura che rifletteva la sua buccia lattiginosa sulle onde. Le barche si dondolavano dolci, come nonnine con in braccio il loro frutto più importante. Io e Mike non avevamo molto da dirci quella sera, il paesaggio si esprimeva meglio di noi col suo mutismo immane e necessario. Ripensai al suo odore che avrei continuato per anni a cercare sul suo cuscino attraverso una sinestesia ormai bugiarda ed erosa dai giorni. Poco tempo dopo sarebbe finito tutto. E' normale che nel corso della vita molte storie terminino, non ce lo devono spiegare gli altri, ché lo sappiamo. La cosa triste è che fatichi anche se adori farlo, fatichi nell'imparare il ritmo di un altro, i suoi umori altalenanti, bruci un sacco di tappe per correre dietro le sue idee, il tuo corpo impara con costanza e pazienza a incastrarsi idealmente col suo, a inzupparsi delle sue secrezioni, tu impari a diventare plurale. Eppure, dopo, tutto termina stupidamente come un sacco svuotato a caso e odio di parole infime e rancorose. A cosa è servito scambiarci la saliva, eh Mike? La cosa più intima su questa terra, non è bastata a saldarci abbastanza, ci siamo spezzati lo stesso. Ci sono quei momenti in cui il male accumulato lascia tanta di quella merda e tanti di quei detriti che i tuoi stessi nervi diventano cocci di bottiglia e lo senti che dentro di te è morto qualcosa, forse un filo di spontaneità, una propensione al dare che si restringe, qualcosa che ti fa capire che non ti rimangono più lacrime da versare, hai già dato anche in quello. Ti comincia a girare la testa, le mani in poltiglia, il cuore al galoppo peggio di Varenn... allora che fai muori? No. Lasci morire quella cosa dentro di te che non sai neppure bene cosa cavolo sia, ma la lasci andare perché ti rallenta, ti frena, ti fa venire quella strana voglia di considerare il mondo al rallentatore, una nuvola sembra avere il potere di inghiottire tutto ciò che hai imparato a essere fino a oggi, tutta la violenza che ti sei fatto per diventare migliore agli occhi di un mondo che alla fine se ne frega se quello scalino lo hai oltrepassato. Poi guardi più in alto e vedi che ci sono persone che ti amano, che oggi il cielo è più azzurro di ieri ed è già un buon motivo per ridere e Dio, ridere quando ci sarebbe solo da piangere è una gran prova di coraggio. Ma te la devi, e la devi a Dio, che ha in serbo ancora una volta per te un perdono, una spalla, una mano tesa. Mi sono così tanto smarrita tra i pollini primaverili di via Vigliani quella volta che non c'eri, da sentirmi leggera come un moscerino e la pesantezza l'ho accettata, perché vuoi o non vuoi tutto è destinato ad abbandonarti, anche le cose brutte e questa è una gran consolazione in mezzo alla depersonalizzazione speculata per trovare un motivo valido. Allora ho sorriso e ho ringraziato il Signore per quel polline-manna che mi ha asciugato la voglia endemica di vomitare.

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Come le sigarette che una volta accese possono solo consumarsi fino alla fine. Mi è rimasto il tuo gesto preferito tra le mani. Quando l'Io smette per qualche attimo il controllo sulla mente, in quei vuotismi incantati di nulla rivolti alle cose a caso che si hanno davanti, io lo ripeto. Chiunque ci abbia attraversati ben bene almeno una volta ci ha lasciato qualcosa insieme agli orrori e a una poesia strana e rotta come un singulto strozzato per pudore. Torino certe volte ripropone il profumo di quei momenti, gli stessi aerei risolcano il cielo al buio con passeggeri diversi e altre vite al posto di quelle vecchie. Tra le cose che vanno avanti ci sono eventi riproposti che non mutano e la mente per poco non s'incaglia nel remoto che tangibile non è. Si cambia levandosi di dosso l'involucro che ci ha contenuti, al pari di quella muta serpentina che trovi fra i rovi d'estate. Quante parole abbiamo sbagliato vita mia? Gli indifferenti nella notte atroce lasciano bottiglie di vetro vuote accanto all'erba, come se nel corso della notte nulla accadesse, il peccato non transitasse.Erano tempi in cui lo sferragliare dei treni imbrattava i muri dell'entroterra fino a farti venire voglia di scappare in eterno, viaggiando nello scuro di un luogo senza strada, una strada che non sarebbe arrivata in nessun posto così il sogno sarebbe continuato. "vivere vorrei addormentato nel dolce rumore della vita", io so cosa significa. Ci siamo detti che Dio spesso lo senti colare dalle lacrime dei bambini, oppure lo senti avvicinarsi come una sorta di omone piatto, mostro d'infanzia, nel buio che bagna la città e che si ferma sul balcone intorno all'intermittenza della lampadina. Valeva la pena fare l'amore sotto i porticati? E guardarsi estranei dopo essersi scambiati la saliva? Siamo troppo piccoli per poterci creare dei problemi che abbiano davvero importanza. L'occhio non basta a contenere un sistema solare, amiamo forse farci prendere per il culo dai pianeti. I visi stravolti e sudati nelle notti d'estate son stati la cornice migliore... ci siamo ubriacati di niente mentre il tempo ha imparato a gravare l'acceleratore. Se è vero che il viaggio è nella testa... ringrazio ogni passero per avermi accompagnata almeno fino a una stazione. Ciao Mike.