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15046829 256333334781534 7095338732370264064 nEravamo ancora convinti che quelle bottiglie di Coca-Cola piene d'acqua per attutire il calcio che stavano per ricevere, in direzione di una "porta" delimitata da due rametti sul marciapiede, fosse la cosa più divertente e interessante del mondo, eravamo convinti. Io lo ero. Prima di quello trascorrevamo i pomeriggi architettando cappi per lucertole e ingegnose fionde costruite con legnetti biforcuti, e dagli elastici dei reggiseni delle nostre madri che smembravamo di nascosto. La capanna sull'albero non era proprio sull'albero, ma con un po' di fantasia il vecchio Garage se la giocava con la Reggia di Caserta. Parlavamo delle testate di Oliver Bieroff, e aspettavamo mezzanotte a maggio per vedere lo spettacolo migliore che davano al cinema: Le Lucciole. Non quelle, gli animaletti luminosi. Gli orti sembravano tanti alberi di Natale addosso alla primavera. Jennifer stava sempre appiccicata a Luchino, e diceva che un giorno si sarebbero sposati. Noi morivamo di invidia, Luchino era quello scuro, con gli occhi verdi verdi e le cicatrici, era quello selvaggio che già aveva imparato a usare bene il coltellino e a dormire al buio completo nella sua cameretta, noi senza lampadina ci cagavamo addosso, avevamo guardato l'Esorcista di nascosto, quando ancora la Parola Dio aveva il giusto potere di renderci timorati davanti a qualcosa di più grande, e il diavolo riusciva a farci cagare ancora in mano. Luchino era grande e quei suoi due anni in più sembravano anni luce incolmabili fra noi, ma i suoi occhi erano solo per lei. Vent'anni dopo si sarebbero sposati, chi eravamo noi per intrometterci? rosicavamo è vero, ma ancora rispettavamo. Eravamo ancora convinti che l'odore di pane alle sei del mattino non si sarebbe mai affievolito nei nostri nasi, avevamo la convinzione che il mare non ci avrebbe mai lasciati soli e anche che i grandi non ci avrebbero mai capiti. Non giocavamo con le bambole e le stronzate simili, noi mandavamo Pino che aveva la bicicletta buona a comprare i raudi giù in paese, solo a lui glieli davano, noi mettevamo cinquecento lire e lui le pedalate e la buona volontà. Quando tornava sembrava che aspettassimo il Messia. Avevamo le mani che puzzavano dell'aspro delle minerve mentre attendevamo emozionati, i cerini, Luchino l'accendino... lui era sempre avanti. Lo sarebbe stato anche quando lei se ne sarebbe andata venticinque anni dopo, senza di lui. Ci recavamo fino al frutteto di donna Peppa e ficcavamo i petardi nelle arance, stando bene attenti di fare in fretta prima che la polvere da sparo si bagnasse, facendo "fallire" il boato cui aspiravamo lasciandoci schizzare di polpa gialla. Eravamo abituati alle sei del pomeriggio a fare merenda mentre giocavamo a levigare pezzi di fango raggrumati con l'ausilio di cacciaviti a stella. Nessuno di noi pensava al sesso, nessuno di noi pensava alla morte, nessuno di noi alla crudeltà. Crudele era semmai la bicicletta troppo alta e quel cazzo di sellino che seppure lo abbassavi i pedali rimanevano in fanculonia e allora pedalavi dall'impiedi, perché eravamo presuntuosi come capre. Un pomeriggio io e Cesca eravamo andate a caccia di girini e rane, le osservavamo senza capire perché una stesse sopra l'altra, allora cercavamo di disunirle, ma quei benedetti rospi sembravano incollati: dieci anni dopo avremmo capito che in realtà stavano scopando. Il verbo scopare era solo quello delle nostre mamme che ci raccomandavano di ramazzare casa. Quando vedendo Luchino provavo solletico allo stomaco, pensavo ai girini che si divertivano a guizzare nel mio esofago, era una sensazione strana quella che mi innescava, e i termini di paragone che avevo in tasca erano quelli del bestiario regionale. Mi ricordo quell'anno, sei anni dopo che arrivò la cugina da Torino, moderna: col tacco e le sigarette, ero disperata. Chi mi vedeva in giro così cosa avrebbe raccontato? In giro con quella, che se era più grande mi faceva paura. A noi se ci pizzicavano non ci facevano uscire più di casa per anni. Mi ricordo le prime scarpe alte che mi comprai, le prime zeppe che mi fecero piangere tutta la notte, perché mi sentivo fuori luogo. Mi ricordo quando giocavo con i tubi verdi della Vaillant mimando le armi dei Power Rangers. Io fingevo sempre di essere quello rosso. Nel corso degli anni il rosso non ha mai smesso di attrarmi. E quando Sandokan alla sera veniva tramesso esattamente dopo la cena e io mi ero innamorata di lui, ma 'sti cazzo di girini mi facevano sentire strana e mi tremavano le mani e le gambe mi diventavano molli e ci si metteva pure l'iperventilazione, oggi so dare dei nomi a quelle tragedie emozionali. Mi ricordo di Pippo con la mano monca che giocava con noi lo stesso a pallone ma non poteva, non avrebbe mai potuto interpretare Zoff lui, era inconcepibile. Le stelle cadevano dal cielo, e io miravo a loro come possibile bersaglio della mia pistola lancia ventose. Una ventosa rossa l'ho ritrovata l'anno scorso, indurita e rosa dal tempo, come certi ricordi che comunque non ti lasciano andare via, ti mantengono a metà e in bilico sul ciglio d' una specie di apnea temporale che non puoi scacciare, toccare, cambiare, perché già in una tua intima incrinatura ha cambiato lei qualcosa, come il modo di interpretare alcune parole, o sorrisi, sguardi e tutto il restante resto. Quei giorni fatti di niente erano tutto, e io mi chiedo dove siano finiti. Vorrei solo come allora imparare a controllare certe sensazioni, perché se loro controllano me 'sti girini io non me li leverò mai più di torno. Eppure forse mi hanno salvato la vita da una certa apatia disillusa che mi avrebbe annichilita altrimenti. Il cuore non ne ha mai voluto sapere di darmi retta, anche quando me lo hanno scagliato contro il muro.Eravamo ancora convinti che quelle bottiglie di Coca-Cola piene d'acqua per attutire il calcio che stavano per ricevere, in direzione di una "porta" delimitata da due rametti sul marciapiede, fosse la cosa più divertente e interessante del mondo, eravamo convinti. Io lo ero. Prima di quello trascorrevamo i pomeriggi architettando cappi per lucertole e ingegnose fionde costruite con legnetti biforcuti, e dagli elastici dei reggiseni delle nostre madri che smembravamo di nascosto. La capanna sull'albero non era proprio sull'albero, ma con un po' di fantasia il vecchio Garage se la giocava con la Reggia di Caserta. Parlavamo delle testate di Oliver Bieroff, e aspettavamo mezzanotte a maggio per vedere lo spettacolo migliore che davano al cinema: Le Lucciole. Non quelle, gli animaletti luminosi. Gli orti sembravano tanti alberi di Natale addosso alla primavera. Jennifer stava sempre appiccicata a Luchino, e diceva che un giorno si sarebbero sposati. Noi morivamo di invidia, Luchino era quello scuro, con gli occhi verdi verdi e le cicatrici, era quello selvaggio che già aveva imparato a usare bene il coltellino e a dormire al buio completo nella sua cameretta, noi senza lampadina ci cagavamo addosso, avevamo guardato l'Esorcista di nascosto, quando ancora la Parola Dio aveva il giusto potere di renderci timorati davanti a qualcosa di più grande, e il diavolo riusciva a farci cagare ancora in mano. Luchino era grande e quei suoi due anni in più sembravano anni luce incolmabili fra noi, ma i suoi occhi erano solo per lei. Vent'anni dopo si sarebbero sposati, chi eravamo noi per intrometterci? rosicavamo è vero, ma ancora rispettavamo. Eravamo ancora convinti che l'odore di pane alle sei del mattino non si sarebbe mai affievolito nei nostri nasi, avevamo la convinzione che il mare non ci avrebbe mai lasciati soli e anche che i grandi non ci avrebbero mai capiti. Non giocavamo con le bambole e le stronzate simili, noi mandavamo Pino che aveva la bicicletta buona a comprare i raudi giù in paese, solo a lui glieli davano, noi mettevamo cinquecento lire e lui le pedalate e la buona volontà. Quando tornava sembrava che aspettassimo il Messia. Avevamo le mani che puzzavano dell'aspro delle minerve mentre attendevamo emozionati, i cerini, Luchino l'accendino... lui era sempre avanti. Lo sarebbe stato anche quando lei se ne sarebbe andata venticinque anni dopo, senza di lui. Ci recavamo fino al frutteto di donna Peppa e ficcavamo i petardi nelle arance, stando bene attenti di fare in fretta prima che la polvere da sparo si bagnasse, facendo "fallire" il boato cui aspiravamo lasciandoci schizzare di polpa gialla. Eravamo abituati alle sei del pomeriggio a fare merenda mentre giocavamo a levigare pezzi di fango raggrumati con l'ausilio di cacciaviti a stella. Nessuno di noi pensava al sesso, nessuno di noi pensava alla morte, nessuno di noi alla crudeltà. Crudele era semmai la bicicletta troppo alta e quel cazzo di sellino che seppure lo abbassavi i pedali rimanevano in fanculonia e allora pedalavi dall'impiedi, perché eravamo presuntuosi come capre. Un pomeriggio io e Cesca eravamo andate a caccia di girini e rane, le osservavamo senza capire perché una stesse sopra l'altra, allora cercavamo di disunirle, ma quei benedetti rospi sembravano incollati: dieci anni dopo avremmo capito che in realtà stavano scopando. Il verbo scopare era solo quello delle nostre mamme che ci raccomandavano di ramazzare casa. Quando vedendo Luchino provavo solletico allo stomaco, pensavo ai girini che si divertivano a guizzare nel mio esofago, era una sensazione strana quella che mi innescava, e i termini di paragone che avevo in tasca erano quelli del bestiario regionale. Mi ricordo quell'anno, sei anni dopo che arrivò la cugina da Torino, moderna: col tacco e le sigarette, ero disperata. Chi mi vedeva in giro così cosa avrebbe raccontato? In giro con quella, che se era più grande mi faceva paura. A noi se ci pizzicavano non ci facevano uscire più di casa per anni. Mi ricordo le prime scarpe alte che mi comprai, le prime zeppe che mi fecero piangere tutta la notte, perché mi sentivo fuori luogo. Mi ricordo quando giocavo con i tubi verdi della Vaillant mimando le armi dei Power Rangers. Io fingevo sempre di essere quello rosso. Nel corso degli anni il rosso non ha mai smesso di attrarmi. E quando Sandokan alla sera veniva tramesso esattamente dopo la cena e io mi ero innamorata di lui, ma 'sti cazzo di girini mi facevano sentire strana e mi tremavano le mani e le gambe mi diventavano molli e ci si metteva pure l'iperventilazione, oggi so dare dei nomi a quelle tragedie emozionali. Mi ricordo di Pippo con la mano monca che giocava con noi lo stesso a pallone ma non poteva, non avrebbe mai potuto interpretare Zoff lui, era inconcepibile. Le stelle cadevano dal cielo, e io miravo a loro come possibile bersaglio della mia pistola lancia ventose. Una ventosa rossa l'ho ritrovata l'anno scorso, indurita e rosa dal tempo, come certi ricordi che comunque non ti lasciano andare via, ti mantengono a metà e in bilico sul ciglio d' una specie di apnea temporale che non puoi scacciare, toccare, cambiare, perché già in una tua intima incrinatura ha cambiato lei qualcosa, come il modo di interpretare alcune parole, o sorrisi, sguardi e tutto il restante resto. Quei giorni fatti di niente erano tutto, e io mi chiedo dove siano finiti. Vorrei solo come allora imparare a controllare certe sensazioni, perché se loro controllano me 'sti girini io non me li leverò mai più di torno. Eppure forse mi hanno salvato la vita da una certa apatia disillusa che mi avrebbe annichilita altrimenti. Il cuore non ne ha mai voluto sapere di darmi retta, anche quando me lo hanno scagliato contro il muro.Eravamo ancora convinti che quelle bottiglie di Coca-Cola piene d'acqua per attutire il calcio che stavano per ricevere, in direzione di una "porta" delimitata da due rametti sul marciapiede, fosse la cosa più divertente e interessante del mondo, eravamo convinti. Io lo ero. Prima di quello trascorrevamo i pomeriggi architettando cappi per lucertole e ingegnose fionde costruite con legnetti biforcuti, e dagli elastici dei reggiseni delle nostre madri che smembravamo di nascosto. La capanna sull'albero non era proprio sull'albero, ma con un po' di fantasia il vecchio Garage se la giocava con la Reggia di Caserta. Parlavamo delle testate di Oliver Bieroff, e aspettavamo mezzanotte a maggio per vedere lo spettacolo migliore che davano al cinema: Le Lucciole. Non quelle, gli animaletti luminosi. Gli orti sembravano tanti alberi di Natale addosso alla primavera. Jennifer stava sempre appiccicata a Luchino, e diceva che un giorno si sarebbero sposati. Noi morivamo di invidia, Luchino era quello scuro, con gli occhi verdi verdi e le cicatrici, era quello selvaggio che già aveva imparato a usare bene il coltellino e a dormire al buio completo nella sua cameretta, noi senza lampadina ci cagavamo addosso, avevamo guardato l'Esorcista di nascosto, quando ancora la Parola Dio aveva il giusto potere di renderci timorati davanti a qualcosa di più grande, e il diavolo riusciva a farci cagare ancora in mano. Luchino era grande e quei suoi due anni in più sembravano anni luce incolmabili fra noi, ma i suoi occhi erano solo per lei. Vent'anni dopo si sarebbero sposati, chi eravamo noi per intrometterci? rosicavamo è vero, ma ancora rispettavamo. Eravamo ancora convinti che l'odore di pane alle sei del mattino non si sarebbe mai affievolito nei nostri nasi, avevamo la convinzione che il mare non ci avrebbe mai lasciati soli e anche che i grandi non ci avrebbero mai capiti. Non giocavamo con le bambole e le stronzate simili, noi mandavamo Pino che aveva la bicicletta buona a comprare i raudi giù in paese, solo a lui glieli davano, noi mettevamo cinquecento lire e lui le pedalate e la buona volontà. Quando tornava sembrava che aspettassimo il Messia. Avevamo le mani che puzzavano dell'aspro delle minerve mentre attendevamo emozionati, i cerini, Luchino l'accendino... lui era sempre avanti. Lo sarebbe stato anche quando lei se ne sarebbe andata venticinque anni dopo, senza di lui. Ci recavamo fino al frutteto di donna Peppa e ficcavamo i petardi nelle arance, stando bene attenti di fare in fretta prima che la polvere da sparo si bagnasse, facendo "fallire" il boato cui aspiravamo lasciandoci schizzare di polpa gialla. Eravamo abituati alle sei del pomeriggio a fare merenda mentre giocavamo a levigare pezzi di fango raggrumati con l'ausilio di cacciaviti a stella. Nessuno di noi pensava al sesso, nessuno di noi pensava alla morte, nessuno di noi alla crudeltà. Crudele era semmai la bicicletta troppo alta e quel cazzo di sellino che seppure lo abbassavi i pedali rimanevano in fanculonia e allora pedalavi dall'impiedi, perché eravamo presuntuosi come capre. Un pomeriggio io e Cesca eravamo andate a caccia di girini e rane, le osservavamo senza capire perché una stesse sopra l'altra, allora cercavamo di disunirle, ma quei benedetti rospi sembravano incollati: dieci anni dopo avremmo capito che in realtà stavano scopando. Il verbo scopare era solo quello delle nostre mamme che ci raccomandavano di ramazzare casa. Quando vedendo Luchino provavo solletico allo stomaco, pensavo ai girini che si divertivano a guizzare nel mio esofago, era una sensazione strana quella che mi innescava, e i termini di paragone che avevo in tasca erano quelli del bestiario regionale. Mi ricordo quell'anno, sei anni dopo che arrivò la cugina da Torino, moderna: col tacco e le sigarette, ero disperata. Chi mi vedeva in giro così cosa avrebbe raccontato? In giro con quella, che se era più grande mi faceva paura. A noi se ci pizzicavano non ci facevano uscire più di casa per anni. Mi ricordo le prime scarpe alte che mi comprai, le prime zeppe che mi fecero piangere tutta la notte, perché mi sentivo fuori luogo. Mi ricordo quando giocavo con i tubi verdi della Vaillant mimando le armi dei Power Rangers. Io fingevo sempre di essere quello rosso. Nel corso degli anni il rosso non ha mai smesso di attrarmi. E quando Sandokan alla sera veniva tramesso esattamente dopo la cena e io mi ero innamorata di lui, ma 'sti cazzo di girini mi facevano sentire strana e mi tremavano le mani e le gambe mi diventavano molli e ci si metteva pure l'iperventilazione, oggi so dare dei nomi a quelle tragedie emozionali. Mi ricordo di Pippo con la mano monca che giocava con noi lo stesso a pallone ma non poteva, non avrebbe mai potuto interpretare Zoff lui, era inconcepibile. Le stelle cadevano dal cielo, e io miravo a loro come possibile bersaglio della mia pistola lancia ventose. Una ventosa rossa l'ho ritrovata l'anno scorso, indurita e rosa dal tempo, come certi ricordi che comunque non ti lasciano andare via, ti mantengono a metà e in bilico sul ciglio d' una specie di apnea temporale che non puoi scacciare, toccare, cambiare, perché già in una tua intima incrinatura ha cambiato lei qualcosa, come il modo di interpretare alcune parole, o sorrisi, sguardi e tutto il restante resto. Quei giorni fatti di niente erano tutto, e io mi chiedo dove siano finiti. Vorrei solo come allora imparare a controllare certe sensazioni, perché se loro controllano me 'sti girini io non me li leverò mai più di torno. Eppure forse mi hanno salvato la vita da una certa apatia disillusa che mi avrebbe annichilita altrimenti. Il cuore non ne ha mai voluto sapere di darmi retta, anche quando me lo hanno scagliato contro il muro.