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DattiloUna piazza gremita di gente ha voluto ricordare ieri sera,  Rosario Dattilo.  Il poeta che con le sue poesie raccontò la civiltà contadina calabrese, è stato commemorato ieri sera  in occasione del centenario della nascita, nella piazza Camillo Costanzo II a Bovalino Superiore.

L’evento culturale, organizzato con il patrocinio del Comune e la collaborazione del Caffè letterario Mario La Cava e moderato da Maria Teresa Ripolo, ha visto , dopo i saluti istituzionali del sindaco Vincenzo Maesano, dell’assessore alla Cultura Pasquale Blefari e del presidente del Caffè letterario Domenico Calabria, gli interventi della professoressa Anna Costa, valente e stimata critica letteraria bovalinese, e di Giuseppe Marvelli, famigliare del poeta. Il tutto sarà intervallato dalle letture dei componimenti di Dattilo, declamati da Filippo Musitano, assessore alle Politiche sociali del Comune di Bovalino e appassionato di letteratura e di teatro.

Rosario Dattilo nasce a Bovalino il 17.10.1921.

Viene precocemente avviato al lavoro dei campi a causa delle angustie economiche della famiglia e della prole numerosa. Così, a soli dieci anni, costretto dalla necessità, dà l’addio alla scuola ed ai giochi dell’infanzia per accudire agli animali e ai lavori più semplici.      

Ha frequentato la scuola elementare fino alla IV classe. Significativi alcuni suoi ricordi dell’età scolare:
“Ho sempre camminato scalzo, come del resto tutti gli altri bambini di famiglie contadine della mia generazione; il mio primo paio di scarpe l’ho avuto a diciotto anni. Allorchè frequentavo la seconda elementare, l’insegnante, certo Francesco Panuzzo, segretario fascista di Bovalino, mi espulse da scuola perché mio padre non era in condizioni di pagare la tessera fascista, non certo per motivi ideologici ma più semplicemente a causa della estrema povertà; dopo qualche tempo riuscì a racimolare le 5 lire necessarie a così potei continuare a frequentare la scuola.”

    Nel maggio del ’43 viene chiamato alle armi e destinato a Treviso dove permane fino al fatidico 8 settembre:
“Ci fu molto disorientamento; alcuni preferirono andare con i tedeschi, altri con i partigiani, i più scapparono di qua e di là. Io, arrivato fresco fresco dalle campagne del profondo Sud, non ero in grado di operare delle scelte, non avevo istruzione e non mi intendevo di politica; non sapevo perché c’era la guerra né perché c’erano i partigiani, sconoscevo i partiti. Con altri tre amici decisi di tornare a casa ed il 12 settembre, a piedi, intraprendemmo la lunga marcia verso sud. Arrivai in Calabria dopo un mese e mezzo, in condizioni pietose. La tranquillità fu però di breve durata perché ai primi del ’44 venni nuovamente spedito al fronte perché dicevano che bisognava continuare la guerra; il congedo arrivò il 20 marzo del ’46”.

    Nel 1950, epoca delle rivolte contadine, aderisce al movimento sindacale con la CGIL, si iscrive al PCI e fa politica attiva fino al ’66 partecipando a tutte le lotte contadine della fascia ionica reggina; nelle elezioni amministrative del ’62 viene eletto consigliere e permane in carica fino al 1966. 
    Nel periodo compreso tra il 1960 ed il ’78 comincia ad annotare le proprie riflessioni sul mondo contadino, espresse in forma di poesia, su ritagli di giornale e fogli sparsi, palesando inconsapevolmente una vera arte poetica ma molto consapevolmente ed acutamente documentando le condizioni miserevoli di vita della classe contadina ed operaria. 
    A partire dal 1975 instaura una solida amicizia con la famiglia Leone; nel periodo estivo le visite sono giornaliere: le brevi pause che si concede per il caldo afoso della Marina lo inducono ad accettare l’invito della famiglia amica la cui abitazione confinava allora con il podere da lui coltivato. In casa Leone ritrova anche ogni mese l’on. Enzo Misefari, eroe di mille battaglie sociali e suo vecchio compagno di partito. Si viene così a conoscenza delle sue poesie e si resta sbalorditi per quanto di valore letterario si ritrova in quei fogli di quaderno e di carta da pasta impresse con incerta calligrafia da un autodidatta rivelatosi un poeta autentico ed un grande cantore dei problemi e dei valori del mondo contadino.dattilomemory

 

I comuni amici che fanno parte del Centro Ricerche Storiche di Bovalino decidono che quei componimenti poetici sono da pubblicare; i fondi raccolti con l’autotassazione però non bastano e si decide di chiedere la collaborazione del dott. Giovanni Ruffo che accetta con entusiamo. Mario La Cava ed Enzo Misefari scrivono due brevi saggi mentre Piero Leone si occupa dell’architettura dell’opera. Non essendo possibile pubblicare tutte le poesie, La Cava, Misefari e Leone operano una selezione di quelle ritenute più valide sia sul piano espositivo che su quello dei contenuti.

Nel 1982, a causa di una grave infermità, Rosario era già stato costretto ad abbandonare il lavoro dei campi. 
Si affrettano i tempi, e così il 3 aprile 1985, con la fattiva collaborazione degli alunni e dei docenti del Liceo Scientifico “F. La Cava”, nel salone dell’Euro Hotel viene presentata l’opera di Rosario Dattilo, presenti lo scrittore Mario La Cava, lo storico Enzo Misefari, il dott. Giovanni Ruffo proveniente da Milano, la scrittrice Dora Mauro, la preside prof.ssa Strano, le scuole medie e superiori, le autorità cittadine ed un pubblico numerosissimo.
            Rosario muore a Bovalino il 21 febbraio 1989. 

RIVELAZIONE ED OCCASIONE NELLA POESIA DI ROSARIO DATTILO

Non ho mai avuto il giorno più bello.

           “Non ho mai avuto il giorno più bello! Cioè non ricordo un giorno in cui posso dire di essere stato totalmente felice, perché la mia vita è stata sempre piena di sofferenze e privazioni.” Così Dattilo in un’intervista concessami nell’autunno del ’79.
    I giorni in qualche modo “più belli” assomigliano spesso a pallidi ricordi: I giochi dell’infanzia, il giorno di Natale nel quale tradizionalmente anche i ceti proletari potevano riposarsi e nutrirsi abbondantemente, il primo paio di scarpe, il giorno delle nozze.
    Persino i primi innamoramenti, che talvolta nei giovani coincidono con “sofferenze” di natura spirituale o intellettuale, in Dattilo, e per esteso nei giovani del suo tempo e della sua classe sociale, divengono sofferenze reali, stati di frustrazione, occasioni mortificanti, perché “nessuna ragazza accettava le attenzioni di uno zappatore”.
    Dalla sofferenza reale e generalizzata del bracciantato agricolo, dalla acquisita coscienza di sé quale uomo, dalla consapevolezza della dignità del proprio lavoro non più subìto come marchio di condanna ma accettato in virtù di una dimensione razionale e culturale, scaturisce la poesia di Rosario Dattilo.

Alla maniera dei cantastorie.

       L’adesione al movimento sindacale ed i contatti frequenti con i suoi uomini più rappresentativi, l’uso dei giornali e della radio quali mezzo d’informazione- documentazione, la partecipazione attiva alle lotte operaie e contadine nel dopoguerra, rappresentano i fattori qualificanti della sua formazione culturale e politica. Ed in Dattilo viene a manifestarsi il desiderio, ed oserei dire, la necessità, di annotare, a futura memoria, in una sorta di occasionale e strano diario composto di fogli di quaderno e pezzi di carta per alimenti, le proprie riflessioni sul duro lavoro dei campi, sulle ingiustizie perpetrate dai padroni, sulla vita animale e vegetale, sull’amore e sul dolore, sulle scelte disperate che portano all’emigrazione. 

Dattilo intrattiene un particolarissimo rapporto con l’ambiente: egli non vive nella natura, ma piuttosto vive la natura, e sembra che l’habitat rurale calabrese acquisti parola per il suo tramite.
    Ma il Nostro avverte anche le proprie limitazioni: sente di essere poco istruito, o meglio, insufficientemente scolarizzato; non sa esprimersi nella lingua nazionale e si sente smarrito e disarmato.
    Si trova così inconsapevolmente alla ricerca di un medium per comunicare e ne scopre uno di portata eccezionale: il dialetto.
    Sconosce la metrica, ma lo soccorre la narrazione epica alla maniera dei cantastorie, quell’arte del narrare, in sintonìa con l’esperienza e la cultura locale, nella quale mèlos e odè, canto e composizione lirica, felicemente si contemperano, talora alternandosi, talora confluendo, o ancora arrestandosi entrambi in pause colme di significato.
“Sentivo i racconti dei cantastorie che arrivavano spesso da Reggio o dalla vicina Sicilia; in quel tempo si cantavano le gesta di Peppe Musolino e di altri eroi popolari; e così scoprii che si poteva cantare e scrivere in dialetto sulle cose del proprio luogo, della propria terra”.
Dattilo così, tra il 1960 ed il 1978, raccoglie le proprie riflessioni sul mondo contadino, esprimendole in quella particolarissima forma poetica sopra specificata, senza fretta né manie poetiche, durante i rari momenti di riposo.
Egli appare distante dal rimatore per diletto come dal cosiddetto poeta folkorico. Egli è più semplicemente ed in maniera concreta e felice un cantastorie, un aëdo, un cantore tra i più alti e significativi della vita tradizionale e del sistema di valori della civiltà contadina calabrese.